mercoledì 15 dicembre 2010

Ovvietà.

Come per tutte le cose, per scrivere serve tempo. Per cancellare, invece, basta un secondo. 

domenica 12 dicembre 2010

Tango.


Ci sono momenti così, in cui si resta appesi. Mi ricordano l'attesa dell'alogenuro d'argento nella stanza illuminata di rosso quando, infilata la stampa nel liquido di sviluppo, aspettavo di sapere se avessi azzeccato o no l'esposizione. Tante notti ho passato così, ed era un fare ed un cercare, una sperimentazione. Anche oggi è tutto un cercare, una sperimentazione, che non ce l'ho una ricetta o una risposta per tutto. Ho solo pancia e cuore, che la ragione in queste cose fa solo casino. Seguo quelle, parlo poco che la parola non ha niente a che fare con quello che ti si muove dentro, e infatti ragionare e parlare son sinonimi, rifletto. Cerco un equilibrio nuovo, che il vecchio si è rotto, perché niente resta immobile e tutto cambia giorno dopo giorno. Non siamo statue che riposano abbracciate sul fondo del mare nella rappresentazione di una felicità che quando è espressa è già racconto, storia. Siamo mutevoli e ci muoviamo ed il nostro sarà quindi un perdere l'equilibrio per trovarlo ancora, un continuo cadere cui si oppone il movimento del passo successivo, al meglio una danza, un ballo di corpi intrecciati, un tango. Al peggio una musata. Mano nella mano, comunque. 


Nei commenti avevo aggiunto: "A ripensarci meglio, la musata mano nella mano no. Meglio mollare la mano se serve a tenersi in piedi". Lo metto qui.

domenica 21 novembre 2010

Attimi.


Ci sono volte in cui è importante cogliere l'attimo. Una frase mi inzuppa di nero, come una pioggia di dicembre sul vestito grigio, e si trascina dietro un post dello stesso colore, pesante e mutanghero come una chiazza di petrolio. Fortuna coglie l'attimo di una perfetta, inconsapevole risposta, ed il nero si dissolve. Non in un'arcobaleno di colori, che a me niente viene facile, in tutto questo vivere, ma almeno in una idea di movimento. Pesante, tettonico, faticoso, ostinato. Comunque movimento.

sabato 20 novembre 2010

Conosci i tuoi pesci.


Non c'è dubbio che al mondo esistano molti diversi generi di pericoli, e nessun dubbio sul fatto che, spesso, i pericoli più grandi vengano proprio dai nostri simili. Ecco che allora si preferisce disumanizzarli, quantomeno nel lessico, e parlare di squali, di iene, di lupi, in una semplificazione che non semplifica ma complica le cose perché gli squali non si mangiano fra loro, né si fanno la guerra, rispettosi più di noi della teoria dei giochi e di ogni matematica razionalità. Rifletto sulla vicenda di Paola Caruso, ex co.co.co. per sette anni al Corriere della Sera che, non vedendo rinnovato il proprio contratto, ha deciso di indire uno sciopero della fame, e di pubblicizzare il suo gesto su internet. La rete è così: se becchi la ola, per un paio di giorni non si parla di altro, e allora ecco un fiorire di articoli sul precariato, sulle dinamiche del lavoro oggi, sui sindacati, sulla crisi. Tutte cose vere, che necessiterebbero di riflessioni più lunghe del tempo necessario a leggere l'articolo (e a questo proposito io vorrei tanto tanto capire perché alcune riviste femminili prima dell'articolo ritengano doveroso avvisarmi del tempo medio di lettura: hanno paura che mi scoraggi? Ci sono davvero persone che se l'articolo servono più di tre minuti per leggerlo lasciano perdere? A me questa cosa terrorizza più dei lampi Gamma. No vabbé, uguale). Soprattutto, sono cose che avrebbero bisogno di azioni conseguenti a tali inattuate riflessioni, che nessuno fa e che nessuno sembra intenzionato a fare, e che invece vengono ridotte a chiacchiera, a palinsesto spendibile nel tritatutto mediatico, giù insieme alle inchieste di mafia alle sentenze che non sentenziano nulla e nessuno e a quelle che invece spiegano tutto e fanno nomi e cognomi anche se poi le persone dietro quei nomi restano impunite ed impunibili, tutto insieme con il calcio e le modelle in perizoma e i camorristi arrestati che sorridono in camera come fossero ospiti al grande fratello e per un'attimo ti chiedi chi abbia ragione, tu che li guardi o loro che sorridono, ed il mondo di merda in cui ci toccherà vivere e che lasceremo, ulteriormente peggiorato, a chi verrà dopo. Ma il tutto detto così, con la rapidità necessaria a non percepire l'orrore, allegramente e senza drammi prima di cena che tanto domani è un'altro giorno. E alla fine leggo un blog che mi piace e scopro che gli squali, in questa storia, non portano giacca e cravatta. E mi chiedo per quale motivo nessuno, in tanto clamore, trovi normale porsi il dubbio che, forse, una giornalista che trasforma gli squali in mammiferi, non ci mancherà.

martedì 16 novembre 2010

Nordest.



Sono almeno cinque anni che hanno il Wi-Fi libero. Che uno dice, ah ok, senza dare i documenti per l'accesso, bé sarebbe l'ora anche da noi. Sì, ma non solo libero. Libero, aperto, e ovunque. Ovunque? Sì, ovunque. Anche in Montagna? Sì. In treno? Anche. Al mare? Tutto il fottuto territorio nazionale coperto. Pare sia stato molto più conveniente che mantenere una infrastruttura cablata. Cavolo, dice, che servizio, chissà quanto costa. Zero. Come zero? Zero. Niente. Nada de nada. Tutto gratis a spese dello stato, banda larga wireless per tutti, e alé. Ma sono impazziti? No, è che si sono resi conto che l'accesso a internet è un vantaggio competitivo per il paese, e quindi era una questione di interesse nazionale. Minchia. Eh già, e visto che c'erano hanno portato tutto il sistema elettorale online, con carta di identità elettronica, e i cittadini votano dal computer in maniera sicura ed economica, un risparmio di miliardi di Euro. Però, che bello, e dov'è che succede, in California? No, in Estonia. Estonia, capito? No dico. Che io sono a Milano in un cazzo di albergo e mi tocca collegarmi col cellulare. Il prossimo che governa dovrebbe farci un pensierino, magari se ci diamo una mossa riusciamo a raggiungerli.

domenica 14 novembre 2010

Visioni.



- E tu, Mark Anthony, riesci a vedere tutto l'universo, dentro quella goccia?
- Non ho sentito la tua domanda. Il rumore della cascata è troppo forte.

sabato 13 novembre 2010

Avviso ai naviganti


Ultimamente un sacco di commenti anonimi. Ora, io capisco la volontà di non farsi riconoscere, vi prego soltanto, da ora in poi, di firmarvi almeno con una sigla, un numero, un simbolo, qualcosa. In modo da sapere, se in un post ci sono due commenti anonimi, se sono della stessa persona oppure se si tratta di anonimi diversi. Quindi, da oggi, i commenti degli anonimi che non mettono una firma qualunque, ripeto basta un numero, semplicemente saranno cancellati. Grazie per la comprensione.

Radio Italia


L'altra sera, seduto nel taxi che mi portava in giro a risolvere l'ennesima bega di una settimana infernale, mi è capitato di ascoltare alla radio una di quelle cose che si chiamano canzoni d'amore, ma alle quali andrebbe trovato un nome diverso, canzoni dell'angoscia forse, della nostalgia, non saprei. La cantante rimarcava quanto stesse male adesso, come fosse sola e come, invece, un tempo il suo perduto amore le dicesse cose dolcissime eccetera eccetera. Una brutta canzone scritta da parolieri svogliati e composta sul solito trito giro in chiave minore, giusto per dare l'idea della tristezza. Niente su cui soffermarsi. Eppure la cosa mi ha fatto riflettere sul tempo e sulla visione del mondo sottesa ad una cultura in cui l'amore è cantato, spesso e volentieri, come rimpianto o, peggio ancora, come speranza che ciò che è stato torni ad essere di nuovo. Mi ha riportato alla mente una discussione iniziata ad una cena qualche mese fa ed immediatamente abortita anche per una mia stupida ostilità preconcetta. E tuttavia il germe di quella discussione ha evidentemente continuato a lavorare, in questi mesi. Si parlava del tempo ed il mio interlocutore aveva affermato una cosa molto semplice. Il tempo è lineare. Che si potrebbe migliorare in "Il tempo dell'uomo è lineare", per evitare quelle diatribe cosmologiche con le quali avevo immediatamente azzoppato l'argomento. Si nasce, si vive, si muore, semplice. Anche percorrendo la stessa strada ogni giorno, la strada è sempre diversa, diversi sono gli incontri che facciamo, diversi soprattutto siamo noi, da un giorno all'altro, diversi i pensieri che ci animano, diverso l'umore che ci muove il passo in una specie di danza o ce lo fa trascinare stancamente. Non si percorre mai due volte lo stesso cammino e, se anche provassimo a camminare in cerchio, ci troveremmo a percorrere una spirale logaritmica. Eppure la nostra cultura ci propone uno sguardo perennemente girato all'indietro, alla nostra infanzia, ai momenti felici, a quello che è stato mentre si occupa pochissimo del futuro, di quello che sarà e che è infinitamente più importante. Una idea folle di un tempo circolare, in cui alla fine del cammino ci sia ad attenderci quello che avevamo lasciato. Ma il tempo non è circolare, e infatti posso ripescare nella memoria la bistecca dell'altra sera, ma se sono le due ed ho fame, il ricordo non me la fa passare. Molto meglio preoccuparsi di mettere in tavola qualcosa. Ecco, mi piacerebbe sentire una canzone così, alla radio, una che parli della trepidazione nell'attesa del futuro amore, che non rinneghi il passato, che non cada nella trappola di pensare che ciò che non è vero oggi non fosse vero ieri, ma anche senza alcun rimpianto, che parli della bellezza di ciò che è stato solo per chiedersi quanto sarà bello quello che verrà. Per una volta, sarebbe una sorpresa.

domenica 31 ottobre 2010

Un passo indietro


Insieme camminano, mano nella mano, nuovi, tutti e due, e nuovo è anche il mondo che li circonda. Non sappiamo chi siano ma, se questa è una storia, allora saranno ovviamente un uomo e una donna. Camminano, dicevamo, tenendosi per mano e man mano che avanzano nel cammino, danno un nome alle cose che li circondano: Questa è una collina, dice lei, E quello allora è un albero, risponde lui, Questo è un sasso, Questa allora si chiamerà foglia, Sì, Sì, dicono, meravigliati ogni volta di questo loro trovarsi. Non fanno altro che questo, per molto tempo, oltre ovviamente alle cose che fanno un uomo ed una donna che si amano, e di cui taceremo. Una mattina, camminando, incontrano qualcosa, qualcosa a cui non sanno dare un nome e, siccome un nome non ce l'ha, neanche noi potremo dire con certezza di che cosa si tratti. E' una caverna, prova lui, No, è un rio, ribatte lei, come l'altro stupita di questa improvvisa distonia. Continuano così, tentando ogni nome conosciuto e inventato al momento, Maiolica, Pergolato, Abbaìno, Salloppo, ma è tutto inutile, un nome, insieme, non riescono a trovarlo. Tuttavia occorrerà saperlo se è una caverna o un rio, quello di fronte a cui si interrompe il cammino, pensa la donna. L'uomo invece fa un passo indietro, a lui quel coso non piace, d'un tratto che nome abbia non gli sembra poi così importante, gli pare di intuire occhi lupeschi in fondo alla caverna (se di caverna si tratta e non è detto) e non ha più voglia di uccidere lupi, per quanto sappia farlo e l'abbia fatto in passato. L'uomo nota che c'è un sentiero che aggira l'ostacolo, si chiami come vuole, questo aggeggio schifoso, a lui non toglierà il sonno. Guarda la donna invitandola a seguirlo, a lasciar perdere caverne e lupi e cose innominate con tutta evidenza pericolose. La donna, invece, va avanti. E' intelligente, la donna, e ha occhi bellissimi che non riposano mai. Non si volterà di fronte al nuovo, non camminerà intorno all'ignoto, andrà avanti e troverà quel nome, anche se questo dovesse costarle l'uomo che ama e da cui, anche per questa sua ostinazione, è riamata. Andrà avanti anche se in quel rio (ma se sia un rio non lo sappiamo) nuotassero lupi feroci, che lei saprebbe ammansirli con uno sguardo. Se si rincontreranno dall'altra parte della cosa sconosciuta, caverna o rio o cos'altro possa mai essere, non possiamo saperlo, che questa parte non è stata ancora scritta. Noi speriamo di sì.

martedì 26 ottobre 2010

Machinarium


L'altro giorno, dopo anni che non giocavo, mi sono imbattuto in questa avventura punta e clicca, un piccolo capolavoro di disegno e musica, con una immediatezza ed una serenità di gioco che mi ha ricordato i tempi d'oro della LucasArt e, anche, quel capolavoro di architettura fantastica che era Ico. Poesia.

La Città Incantata


Ultimamente mi capita spesso, leggere immagini e trovarci dentro qualcosa di nuovo e di mio, come un pezzo che mi fossi perso, chissà come, tanto tempo fa; qualcosa che riconosco, pur essendo nuovo e quindi diverso. Ritrovo le immagini e mi si bagnano un po' gli occhi. La roba che si muove è tanta e non è questo il post in cui troverò le parole, in questi giorni in cui il cuore si allarga in un colore che non conoscevo, mi basta riconoscere e riconoscermi. Le parole verranno, questo è il tempo del fare.

domenica 17 ottobre 2010

Piazza Cavour


Avevo appuntamento con gli editori in una piazza Cavour inesistente, ottocentesca, perfettamente quadrata e a cui si accedeva da un paio di ponti dalle ringhiere di ferro battuto che valicavano un minuscolo rivo che correva incasellato nei lastroni di pietra serena. Ricordavo la piazza come un luogo di aperitivi sciccosi, arrivavo e non c'era più, al suo posto un muro decrepito indicava il tempo trascorso da quella prima telefonata. La geometria della città nel frattempo era cambiata, l'appuntamento ormai irrisolvibile. C'era da avvisare il mio sodale dell'inconveniente, e nel sogno il volto era un altro e la comunicazione impossibile. Da sveglio non mi stupisco, il mio inconscio parla chiaro che probabilmente sa che ho orecchie poco allenate, nuove nuove, così mi interrogo sulle prossime mosse, che di arrendermi ad una incompiutezza non ci penso, ed i volti noti non mi sorprendono più. C'è da costruire un luogo nuovo in cui portare le terre rare, ed un nuovo modo per arrivarci. Una foto di quella piazza non esiste, esiste questa che un po' rende l'idea, anche se è un'altra cosa, ed ha anche un'altro nome.

venerdì 8 ottobre 2010

martedì 5 ottobre 2010

Rapporti

Un rapporto si fa in due, è l'Abc mi dicono, ed è vero. Ed è inutile chiedersi cosa ci sia o ci fosse, in un rapporto, perché il rapporto tra due persone nasce e tra quelle due persone resta, è incomunicabile all'esterno e, dall'esterno, ovviamente incomprensibile. Per questo non ha senso chiedersi cosa Tizio trovi o trovasse in Tizia, la risposta più ovvia è anche la più sana: cazzi loro. Però accade che ci sia chi dei suoi rapporti parla, racconta, lascia tracce pubbliche talvolta imbarazzanti. Esibisce, soprattutto, in una affermazione di sé un po' patetica che ricorda i muscoli gonfiati dei culturisti, che si gonfiano di steroidi per tutta la vita perché continuano a vedersi mingherlini. Così mi dico che uno che è moro non ripete ogni tre secondi "son moro", sennò vuol dire che lui per primo ha dei dubbi, si specchia e si vede biondo platino, chissà. Ma essere forti non è questione di muscoli così come la bellezza non ha niente a che vedere col corpo o l'intelligenza con l'imparaticcio. Così, in questo tentativo di comprendere mi perdo un po', con la pancia che brontola, che quello che vedo promette dolore e per anni ho avuto questa idea orrenda di proteggere gli altri, preservarli dalle brutture che intuivo, come se non le vedessero anche loro, come se non fosse la loro vita e le loro scelte. Ma nessuno protegge nessuno, né lo salva. Pensarlo è delirio di onnipotenza e negazione dell'altro, dico con parole non mie ma che mi suonano, sperando stavolta di non averle sbagliate. Le persone si salvano da sole, o non si salvano, come so fin troppo bene. E' tempo di tornare a fare quello che so fare, che gli altri hanno occhi aperti e intelligenza e sapranno destreggiarsi o,se batteranno musate, sarà ricerca e esperienza, anche quella. Amare è esserci, e magari dopo la musata saper fare una coccola. O dare due labbrate, a seconda, che anche quello si impara. Io ho la pancia e forse ho imparato a darle retta, così resto nel mio che certe cose, a leggerle, è come andare a rimescolar la merda collo steccolo, per citare il buon Sardelli.

mercoledì 29 settembre 2010

Prove tecniche di trasmissione


Ultimamente pare che sbagli le parole. Mi chiedo come sia possibile, a me sembrano tanto chiare, ma in fondo le parole sono una convenzione, se non ci si accorda sul significato finisce che io intendo una cosa e viene fuori l'opposto. Allora meglio fermarsi un'attimo, studiare, cercare, accordare il vocabolario, forse trovare altri mezzi per dire, che fortunatamente ci sono. Per ora quindi, silenzio.

lunedì 20 settembre 2010

Mamma Mia!


Chiariamo subito, io questo film non l'ho visto. L'ho subito. Purtroppo nonostante mi sia liberato del mostro catodico da ormai molti anni, esistono luoghi pubblici dove la sua presenza viene considerata in modo positivo. Credo si tratti di una forma di superstizione e per questo, trovandola una inoffensiva buffonata, sono persino disposto a tollerarla allo stesso modo in cui tollero i pupazzi di babbo natale, le renne al neon, il crocifisso o le uova di pasqua di cioccolata (la colomba no, la colomba la odio). Almeno finché non la accendono. Anche in questo caso comunque, essendo estremamente ben disposto nei confronti del genere umano, posso capire che esistano persone per le quali possa risultare vitale tenersi informate sul punteggio di una qualsivoglia contesa sportiva, quindi non mi pongo il problema di un televisore acceso, magari senza sonoro, in un posto tipo bar di periferia col perlinato, il puzzo di fumo ed il tavolo da biliardo. Invece capita di trovarne uno in funzione, e col volume al massimo, in un ristorante. Roba da pazzi. Mi sono trovato quindi costretto a subire questo musical per vecchie carampane tutto il tempo della cena. Ho cercato di ingurgitare il tutto più rapidamente possibile, conscio del fatto che ridurre i tempi di percorrenza dell'immancabile carovana "spaghetto al pomodoro - bistecca di maiale - insalata verde" sulle mie papille gustative avrebbe potuto solo migliorarne la percezione. Ciononostante, ne ho visto un bel pezzettone, comunque più di quanto avrei voluto. Sicuramente ci sono molte persone che apprezzano un musical più di quanto sappia farlo io. Tipo alcuni miliardi. Però insomma, Fred Astaire e Ginger Rogers li apprezzavo. Anche di "Cenerentolo" con Jerry Lewis ho un buon ricordo. Ma ragazzi, questa storia è inguardabile. Tutta una tirata di Abba con i balletti di Meryl Streep che ormai avrà tipo quanto? Sessant'anni? E ragazzi, non ha MAI ballato prima!! Tutta la vita a recitare in ruoli drammatici, impegnativi, importanti, a nemmeno trent'anni ha fatto "Il cacciatore", e a sessanta che fa? Balla. Insomma, balla, si fa per dire, c'è voluta la Industrial Light & Magic per dare l'illusione del movimento. E le gambe si vede che sono fatte al computer. E cosa dire delle canzoni? Anche qui intendiamoci, non è che parliamo di mozart (e basta con questo sdoganare tutto, che c'è gente che negli anni settanta agli abba avrebbe dato fuoco alla macchina e che ora li rivaluta, tra trent'anni rivaluteranno le spice girls, suppongo) ma insomma, anche loro avrebbero meritato più rispetto. Un brutto film che potrebbe essere usato come test di virilità, un po' come il "Macho Man" di "In & Out". Domani mi faccio un panino con la nduja al baracchino all'angolo.

Io

A volte sono proprio uno scemo. Ma se questa visione del mondo in cui gli altri sono degli stronzi me l'hanno voluta ficcare in testa a calci nel culo (che pensandoci non è che ci volesse un genio a capire che non è cosí che si fa), io continuo a pensare che una cura sia possibile. Perché che gli altri non sono tutti cosí, io lo so. E c'ho le prove.

domenica 19 settembre 2010

In partenza


Stasera sarò qui. Che contrariamente a quello che potrebbe sembrare, non è Miami. La cosa strana è che ormai da un paio di giorni dico che domenica parto per andare a Pescara e tutti mi rispondono "ah ti piace pescare? Non l'avrei mai detto". Si vede non ho il fisico da pescatore. Mi sembra già tanto.

giovedì 9 settembre 2010

Il senso giusto


Il senso giusto

Tutto quello che passa
per le tue mani
ha una dolce impronta
un senso giusto
un sapore di semi
si riscatta dall'onta
del suo essere plumbeo
ogni ruga si spiana
sull'arco della fronte
chi da te si diparte
a te ritorna
come un pane sparito
rifiorito nel forno.
(Bartolo Cattafi)

martedì 7 settembre 2010

Zavorre


In macchina, solo, giro col bagaglio minimo. Allenato dai traslochi, dai cambiamenti, da rivoluzioni che a dispetto del nome non sono un girare su se stessi, getto fuori zavorra, più leggero ad ogni passo. Sgombro gli scatoloni, ritrovo cose che credevo perdute, una spolverata, il tempo di rimirarle un secondo, di dedicar loro un sorriso, poi via. Le cose odiate per prime, quindi le cose inutili, dunque le utili ed infine le amate. Persino i libri, feticcio adorato, penso di sgomberare a breve. Faccio posto, perché il nuovo trovi spazi da riempire. Getto alla fine anche gli oggetti che uno chiama ricordi, che non servono a niente, perché c'è la memoria, che rimodella e reinventa il passato, aggiungendo o sottraendo particolari a seconda del momento, ritrovando da sola attimi, odori e suoni che un simbolo può solo mortificare, imprigionandoli in una forma data. Non rinnego nulla, nella memoria restano gemme preziose, ma le cose finiscono per legarci, richiedono cura e attenzione, ed io ho troppa strada da fare per restare indietro. Quello che ero non è quello che sono, quello che è stato non è quello che è. La memoria è una cosa viva, il ricordo un cadavere. E poi non voglio che qualcuno si trovi all'incomodo di rassettare la casa e smistare ciò che si tiene da ciò che va nel cassonetto, a valutare l'enigma di un fiore essiccato o di un oggetto misterioso. Mi muovo veloce, cercando di staccarmi dalla mia stessa ombra e, col timore di perdermi, spero invece di trovarmi.

giovedì 2 settembre 2010

Coma farmacologico


Di solito non parlo apertamente di politica. Anche se politica è tutto, anche fare la spesa. Anzi, soprattutto, fare la spesa. Ma insomma normalmente non ne parlo anche perché, da quando B. è al potere, cioè sedici anni filati (come passa il tempo quando ci si diverte, eh?), la politica è diventata, per una precisa strategia, questione di fede. Il voto non è più rappresentativo (VOTO chi rappresenta le mie idee, a prescindere dalla formazione) ma dogmatico (SONO di destra/di sinistra) e coi dogmatismi non si ragiona. Così il voto, unica arma in mano al cittadino, prezioso strumento di pressione democratica, viene disinnescato e diventa una mera testimonianza di fede. Tutta retorica, populismo, semplificazione di pensieri e concetti che tanto il popolo bue finché gli dai panem et circenses se ne sta buono. Almeno finché non finisce il pane, e manca poco. Ma stavolta non riesco a stare zitto. Infatti, seppur di rimbalzo che non ho la televisione ed i giornali non li leggo più, mi è giunta notizia della lettera aperta che il segretario del PD, Bersani, ha scritto a Repubblica. E una frase mi ha fatto capire che, purtroppo, non esiste una via di uscita incruenta da questa situazione. La riporto per intero (non sono riuscito a non commentare):

Noi proporremmo [col condizionale: non propongono, proporrebbero.] un'alleanza democratica per una legislatura costituente. Un'alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo [Perché non dire semplicemente "per mandare a casa la peggiore manica di delinquenti che il paese abbia mai visto"?], capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) [quando finalmente avrete deciso quale] e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere [il federalismo che unisce è come la guerra per la pace]. Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell'emergenza [un indizio: se dura da sedici anni non è più una emergenza], la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco [e le due ipotesi, a seconda di che?]. Una proposta che potrebbe [potrebbe eh, si fa per dire] coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un'altra collocazione; una proposta che dovrebbe [dovrebbe eh, poi insomma] rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica. Per dare l'impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l'impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all'altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune? [Già, come?] Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra. Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l'esperienza dell'Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l'Italia e per l'Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo. [ E sticazzi?]

Unione? Ulivo? Ma Bersani, di che parla? E soprattutto, a chi parla? Pensa davvero che i cittadini italiani abbiano capito che differenza ci fosse tra l'uno e l'altro? Pensa che agli elettori freghi qualcosa di come decidono di chiamarsi, se Ulivo, Unione o Clarabella? Che delle lotte intestine tra Veltroniani e Dalemiani freghi qualcosa a qualcuno? Lo sa o no che ancora nessuno ha capito perché non ci sia ancora Fassino al posto suo? O Veltroni? O Francheschini? (D'Alema no, non lo rimpiange nessuno. Troppo intelligente, immagino). Lo capisce o no che le persone si abituano alle facce, ai nomi, alle parlate e questa girandola di segretari nessuno ha capito a che serve? Non lasciamoci ingannare dal fatto che Bersani scriva su un giornale usando la formula della lettera aperta, è evidente che non è ai cittadini italiani che si sta rivolgendo: quello di Bersani è un messaggio trasversale diretto ai suoi colleghi politici, un pizzino in cui si cerca di organizzare la strategia futura per provare a grattugiare un margine di eletti in più. Un tentativo, l'ennesimo e nemmeno il migliore, di rimettere insieme la Bindi e Bertinotti, Vendola e Di Pietro, la Binetti e Igor Marino, per poi tornare a dividersi su ogni minima stronzata all'indomani delle elezioni. Il governo Berlusconi è stato ad un passo dal cadere e nel PD non sono riusciti nemmeno a mettersi d'accordo su una proposta comune di riforma elettorale. La sinistra italiana è talmente evanescente che le uniche cose di sinistra nell'ultimo anno le hanno dette Fini e Famiglia Cristiana. Ma di che cazzo parla, Bersani? BERSANI, DIOLUPO, SONO SEDICI ANNI CHE CI AVETE LASCIATO IN BALIA DI QUESTI STRONZI E ANCORA STATE A DISCUTERE SUI NOMI??? Questa classe politica è morta, qualcuno abbia la decenza di staccare la spina.

Lo so. Giuro non ne parlo più, di politica. Ma uno che parla così a me fa cascare le palle.

martedì 31 agosto 2010

L'odore dell'icona


Un tempo il mondo era piccolo. Finiva ai bordi del villaggio, per i più. Per qualcuno si allargava alla città più vicina. Pochi avevano un mondo grande come una nazione. Nessuno come il mondo intero. Il che vuol dire che la fantasia si alimentava con cose vicine, il desiderio cresceva tra i campi o tra le mura del paese, e subito trovava frustrazione o appagamento. Oggi è diverso, il nostro mondo è vasto, abbiamo esteso il nostro corpo con il treno, l'auto, l'aereo, abbiamo ampliato l'udito con la radio, la vista con la televisione, la voce col telefono. Ed oggi abbiamo internet, che lascia una copia di noi stessi in vari luoghi virtuali, ognuna pronta a ricevere informazioni e a lasciarne a chi ci cerca, si interessa, si fa i fatti nostri. Che se poi fossero davvero fatti nostri mica li avremmo messi in piazza, direte. Ma il fatto è che quando si mostrano, quei panni, ci sembra di farlo nel privato di casa nostra, che sia camera ufficio o amaca in giardino, soli davanti ad uno schermo. Che in realtà poi siamo in mezzo al mondo che ci osserva, ma non ne abbiamo la percezione e sarebbe interessante vedere quanto sarebbero disposte certe persone che mettono tutto di sé sul web, foto pensieri confessioni, a farlo in una piazza di fronte a poche decine di estranei. Succede, credo, perché siamo abituati a rapportarci alla realtà umana dell'altro, corpo e mente in un blocco unico e inscindibile, se uno non è malato. Finché restano francobollini, minuscole rappresentazioni di un centimetro quadro, è impossibile associare a quei pensieri, quelle parole, una realtà umana. Sono reali ma circoscritte in uno spazio che reale non è, così si rischia di ferire, di ferirsi ma soprattutto di farsi delle gran seghe. Mentali, soprattutto. Meglio dare corpo, allora, a quelle voci, quei pensieri. Toccare l'avatar, annusare l'icona. A volte viene facile ed è una vertigine. Ogni essere umano è un mondo, e ci sono mondi meravigliosi, al tempo stesso familiari e completamente alieni, un po' come le montagne volanti di Pandora, e in quel caso è una festa, un viaggio che non smette di sorprendere e che vorremmo non finisse mai. Altri sono più o meno come ce li aspettavamo, con la loro dose di paesaggi e storie e tradizioni. A volte si intuisce anche qualche luogo ombroso da cui meglio stare alla larga. In ogni caso, sempre, si arricchiscono di una dote: la realtà. A volte, se non si è abituati, aprirsi alla realtà altrui costa fatica, magari perché ci hanno insegnato a ragionare per stereotipi, che così si fa prima, e allora occorre trovare la capacità di rispondere in modo nuovo ad un vecchio modo di essere a cui, se ci si pensa un'attimo, non avremmo motivo di essere affezionati. Trasformare un pugno chiuso in una mano aperta apre di conseguenza il cuore, dissolve le paure, apre gli occhi. Siamo i rapporti che facciamo, ho letto e sentito e approvato. Certe persone hanno imparato a farne di belli. Che è un po' il senso di quello che ha scritto un'amica col dono della sintesi. Che si impari, è una gioia.

venerdì 20 agosto 2010

Il segreto dei suoi occhi


C'è una donna stuprata e uccisa, c'è un uomo che si immerge nella memoria, alla ricerca del momento in cui ha smesso di vivere la propria vita, in cui si è distratto, come dice lui, per ritrovarsi solo vent'anni dopo quando ormai sembra troppo tardi ma non è, c'è un uomo qualunque capace di un eroismo gratuito e insospettabile, c'è una donna innamorata di un uomo a cui manca il coraggio di inseguire il proprio sogno, e che per tutta la vita resta in attesa di un gesto che alla fine arriva e a tutti in sala scappa la lacrimuccia perché era anche l'ora, c'è l'argentina dei militari ed il mondo capovolto dei violenti, c'è un uomo rinchiuso in una vita che gira su se stessa, incapace di uscire da quel nulla che è per lui ricordo e prigione, e c'è un uomo rinchiuso in una prigione, costretto a quello stesso nulla che ha causato. Alla fine resta il dubbio su chi sia prigioniero e chi carceriere, e resta l'idea che se si perde la capacità di costruire il nuovo si finisce per perdersi, si muore. Ma anche che se si trova il coraggio di buttarsi, a volte, quello che ci aspetta non è il tonfo sordo dell'asfalto ma l'abbraccio liquido di un mare calmo e accogliente. Con un colpo di genio, al risveglio da un sogno il protagonista scrive "Temo", ma alla sua macchina da scrivere mancano le A e quando corregge il proprio inconscio non può più ignorare i propri sentimenti. Gran bel film, bravissimi gli attori, tutti, bella e limpida la regia, che non diventa mai invadente, belli i protagonisti, di una bellezza non patinata. L'unica nota negativa è la consapevolezza che di sicuro, prima o poi, ne faranno un remake a stelle e strisce, pieno di attori famosi e diretto da qualche veterano. E sarà una cagata pazzesca.

lunedì 16 agosto 2010

Ancora su David Foster Wallace


Tempo fa avevo scritto di David Foster Wallace, e di come avessi apprezzato l'idea che una rivoluzione delle coscienze non possa che passare da una rinuncia al cinismo postmoderno di cui la nostra cultura è intrisa. In un interessante articolo ben tradotto qui, e segnalato nel blog citato l'altro giorno, DFW prova a tracciare una base da cui ripartire, stavolta a mio avviso sbagliando completamente l'appoggio. Nel discorso tenuto in occasione della cerimonia delle lauree del Kenyon College nel 1995 infatti Wallace dice:

"...nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base."

Probabilmente il problema è che DFW è americano, e gli americani sono pervasi da un sentimento religioso apparentemente incrollabile. L'idea che si possa sfuggire o addirittura non appartenere a questo meccanismo, non lo sfiora nemmeno. Peggio, arriva a sostenere che piuttosto che l'adorazione del denaro meglio l'adorazione di Gesù, senza spiegarci perché, né dove stia la differenza. "Qualsiasi altra cosa finirà per mangiarvi vivo", dice Wallace. Beh, è quello che succede anche con la religione, col golf, con qualsiasi altra cosa nel momento in cui si smette di avere un rapporto con la realtà umana dell'altro per concentrarsi sull'oggetto della propria ossessione. Mangiare un gelato durante una passeggiata è sano, nutrirsi solo di gelati fa male, pensare solo al gelato senza più riuscire a vedere la realtà umana di chi ci circonda è indice di una malattia del pensiero, e se è il pensiero ad essere malato, l'oggetto verso cui è diretto è ininfluente , è il pensiero che è da cambiare. Se uno ha l'abitudine di infilarsi su per il naso qualsiasi cosa trovi, la cura non è procurargli oggetti che siano piccoli e morbidi, allo stesso modo per cui la cura per un alcolista non è procurargli bibite meno alcoliche. La cura è capire perché lo fa e guarirlo dalla sua ossessione. Il pensiero religioso è anzi peggiore, il gelato almeno esiste, la religione invece indirizza il pensiero verso un oggetto irreale, che assomma caratteristiche solo positive, e col quale non è quindi possibile confrontarsi. Che non lo abbia capito, che non sia riuscito a trovare fuori di sé altro appoggio all'infuori di questo terreno scivoloso, è una tragedia.

domenica 15 agosto 2010

L'homme sans tête

Tra le nuvole


George Clooney gira gli states per tagliare teste, ogni giorno un volo, una nuova azienda in cui fare il suo lavoro, un albergo, un minibar, un risveglio in una città diversa. Solo ma non disperato, apparentemente. Confuso, sembra. Perso. Come avvolto in una nebbia in cui niente fa male, perché niente sembra toccarlo davvero. Ma a un certo punto allunga una mano, cerca un contatto, in fondo spera già che dall'altra parte di quella nebbia ci sia qualcuno da toccare. A lui va male, e resta tra le nuvole. Ambientazione e situazioni ricordano un'altro bel film, Lost in Translations. Identica ambientazione alberghiera, identico straniamento, identica ricerca di una via di uscita da quella nebbia venefica, ed identico fallimento. Difficile non riconoscersi in certe situazioni per me che fin da bambino ho chiamato casa gli hotel, e che oggi continuo a trovarmici benissimo, con la differenza che invece di volare viaggio in autostrada. Rischiando di più, tra l'altro. Bel film rovinato da un finale che non risolve. George resta tra le nuvole, altri tornano a terra.

sabato 7 agosto 2010

Concerti.


Non so se capita anche ad altri, essere sempre controtempo, come un pezzo in levare, avere gusti e pensieri sempre qualche anno dopo gli altri. O qualche anno prima, non è importante. Il fatto è che mi capita spesso di trovarmi in situazioni per cui si parla di una cosa che tutti sanno o hanno visto o fatto o letto o ascoltato e io no. E non è solo ignoranza, ma che quando tutti sapevano ascoltavano eccetera a me sembrava che della cosa se ne stessero occupando già in tanti, e che forse era meglio dirigersi altrove. Questo penso mentre in macchina sulla via del ritorno racconto che io i Litfiba e la scena fiorentina degli anni '80, mai cagati, e forse per questo stasera ho provato uno strano entusiasmo ad ascoltare i diaframma. Anzi, per correttezza devo dire che mentre i Litfiba proprio mai mai, i diaframma li avevo sentiti di sfuggita qualcosa come vent'anni fa allo Chalet la Fontanella, probabilmente mentre ero intento a rintronarmi di canne ai giardini lì accanto, dove c'era il baracchino di Osvaldo il marinaio detto il duro, ma questa è un'altra storia. Comunque ricordo che non mi avevano colpito granché. Oggi restano i testi, belli, che all'epoca non ascoltai e una attitudine che ti lascia spiazzato. Certe mollezze dark-new wave hanno lasciato il posto ad una vena punk assolutamente inaspettata, almeno per me. A 50 anni appena compiuti Federico Fiumani ha l'energia di un ventenne, urla, suona e salta davanti ai ventenni veri che invece sono troppo presi a fare e farsi foto col telefonino per mettersi a pogare. Infatti nemmeno gli viene in mente: sudare, scalmanarsi, non fa mica figo, poi uno puzza, magari si sporca le scarpe da ginnastica da duecento euro. Boh. Non so che pensare, a vent'anni nemmeno io pogavo, ma più che altro per tenere a bada l'istinto omicida che mi provoca sempre il contatto con la folla. Che siano tutti piccoli serial killer? Insomma, stasera alla fortezza c'erano i diaframma, gratis, chi se li è persi ha fatto una gran cazzata. GENNAIO!!!!!!!!!!!!!!

P.s. La foto l'ho presa in rete, stasera Federico Fiumani la camicia ce l'aveva rosa.

martedì 3 agosto 2010

Relazioni


Su un blog che seguo leggo una bella riflessione su David Foster Wallace, di cui ignoro del tutto l'opera, cosa a cui, mi vado convincendo, dovrò porre presto rimedio, magari cominciando da Infinite Jest. Nel post è riportata una frase, ma avevo letto in rete tempo fa l'originale, più completo:

"L’ironia e il cinismo erano quel che ci voleva contro l’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. La cosa grandiosa dell’ironia è che seziona ogni cosa e poi la guarda dall’alto per mostrarne le tare, le ipocrisie, le scopiazzature [...] Il sarcasmo, la parodia, l’assurdo e l’ironia sono modi efficaci di smascherare la realtà e mostrarne la sgradevolezza, ma il problema è: una volta che abbiamo fatto saltare le regole dell’arte, e dopo che l’ironia ha svelato e diagnosticato le brutture del reale, a quel punto che facciamo? L’ironia è utile per sfatare le illusioni, ma in America le illusioni le abbiamo già sfatate e ri-sfatate [...] L’ironia e il cinismo postmoderni sono ormai fini a se stessi, sono il parametro della sofisticatezza hip e dell’abilità letteraria. Pochi artisti osano parlare di altri modi di porsi per risolvere ciò che non va, perché temono di sembrare sentimentali e ingenui agli occhi degli ironisti stanchi di tutto. L’ironia è stata liberatoria, oggi è schiavizzante. In un saggio ho letto una bella frase, diceva che l’ironia è il canto dell’uccellino che ha imparato ad amare la propria gabbia. Non c’è dubbio che i primi postmodernisti e ironisti e anarchici e assurdisti abbiano prodotto cose egregie, ma il guizzo non si passa da una generazione all’altra come il testimone della staffetta, il guizzo è personale, idiosincratico [...] Dai giorni di gloria del postmoderno abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni [...] Devi capire che questa roba ha permeato la nostra cultura, è diventata il nostro linguaggio, ci siamo dentro a tal punto da non capire più che è solo una prospettiva, una tra le tante possibili. L’ironia postmoderna è diventata il nostro ambiente. [...] Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio [...] Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore."

Poi in rete trovo, per caso, un'altra frase, di Franco Berardi, scritta ormai quindici anni fa:

"qui sta la specificità del totalitarismo mediatico rispetto al fascismo storico: esso non si fonda sulla repressione del dissenso, non si fonda sull’obbligo del silenzio, al contrario si fonda sulla proliferazione della chiacchiera, sull’irrilevanza dell’opinione e del discorso, sulla banalizzazione e la ridicolizzazione del dissenso e in generale del pensiero. Il totalitarismo di oggi non è fondato sulla censura del dissenso ma sul rumore bianco, sul sovraccarico informativo, sulla saturazione dei circuiti dell’attenzione"

In tutte e due le opinioni trovo della verità, e mi chiedo: è il cinismo, il disincanto, questa superficiale idea di intelligenza che si risolve in una battuta, la malattia di questi anni, o non è piuttosto un sintomo? Il "ritorno ai valori" che auspica la destra mignottara e pedofila non nasconde in realtà l'idea di fondo che niente sia davvero importante? Che senza la ragione, e senza le regole che ne conseguono, senza mani robuste a farle rispettare e bastoni ad armare quelle mani, l'uomo sia per l'uomo un lupo, pronto a divorare il suo simile perché in niente diverso dalle bestie feroci? E se sostituiamo Dio alla ragione, non è questo il medesimo pensiero che ha già armato eserciti e inquisizioni? Disincanto e cinismo, per quanto brillanti, non sono in fondo perdenti, nel momento in cui le intelligenze che li esprimono non si dedicano ad una ipotesi su cui ricostruire qualcosa? Mi torna in mente Wenders, il cielo sopra Berlino, che è la storia della rinuncia all'immortalità, perché se non c'è un limite a ciò che si può fare, in questo caso il limite del tempo a delimitare le nostre azioni, queste non hanno alcun senso. Il protagonista diventa mortale, ed ogni cosa che fa o non fa acquista importanza, perché diventa una scelta, una testimonianza di sé. Seguendo questo filo mi viene da pensare che se neghiamo il limite nell'uomo, se pensiamo che tutti gli uomini siano allo stesso modo pazzi, o assassini, o stupratori, e che ciò che siamo dipenda solo dall'ambiente se non dalla opportunità, dal caso, allora allo stesso modo le nostre azioni non hanno valore. E' il pensiero suicida di chi si lancia contro un'albero a tutta velocità, sghignazzando all'idea di come faranno poi a ricomporre il cadavere. Non credo a quello che si dice in giro, quello che serve oggi non sono i soldi, e nemmeno i soldati, ed immediatamente una voce mi suggerisce un etimo comune probabilmente inesistente ma comunque sensato, non penso servano fini polemisti, adesso, e nemmeno navigati sostenitori della realpolitik. Di tutta questa roba credo che ne abbiamo fatto il pieno, basta così, grazie. Quello che credo serva oggi sono spalle robuste e testa bassa, pratica, tanta, e poi occhi aperti per evitare il vecchiume che ci ha portato fin qui e da cui siamo circondati. Un paio di persone che certe cose le hanno capite prima e meglio di me le conosco. E non credo sia un caso che siano donne.

domenica 25 luglio 2010

Goldrake




Trovo in rete questo video, e mi prende una botta di magone che levati, ci vorrebbe un disclaimer: "se hai più di quarant'anni occhio, che ora ti affondo" e in questo senso almeno io ce l'ho messo. Una roba così, che ti torna in mente quando eri bambino ed era tutto più semplice, spensierato, giocoso. Ed il pensiero successivo dovrebbe essere forse legato alla nostalgia, alla voglia di tornare a quegli anni e invece no, io non vorrei tornarci per niente, a quegli anni. I miei sono morti, delle case in cui ho vissuto non è rimasto nulla, non conosco più quasi nessuno che si ricordi me bambino, sono finalmente libero di inventarmi da capo, senza un ricordo a cui rendere conto: "eri così intelligente da bambino!" No, son sempre stato come ora, fatevene una ragione. I ponti sono bruciati e per me non c'è nessun giardino verde in fondo alla radura a cui tornare. Quindi non è stato questo il mio primo pensiero, guardando il video, sopraffatto dal magone e dalla nostalgia di cose che in realtà, lo so benissimo, non ci sono mai state, e quando c'erano comunque non erano affatto come le ricorderei oggi. Il mio primo pensiero è stato: "starò dando abbastanza serenità alle mie figlie? Le starò aiutando a costruire ricordi felici a cui, quando avranno la mia età, abbiano voglia di tornare?". Cazzo quanto mi piacerebbe potermi rispondere di sì.

sabato 24 luglio 2010

Pensiero fisso

E' l'unica spiegazione ai continui riferimenti di Silvio B. alla presidente del PD.
La vignetta è di Makkox, questo è il suo tumblr (che non so che voglia dire), e merita tutto.

venerdì 23 luglio 2010

Shutter Island


La mano scivola sul titolo e scrive Shitter Island, con un lapsus che preannuncia il giudizio finale, mi procuro di correggere, quantomeno per argomentare un po'. Scorsese è così. A parte le storie di mafia ogni altro film l'ho trovato lento, ampolloso, inutile. Questione di gusti credo, ma anche di una storia che sa di già visto, nelle inquadrature, nelle atmosfere, nel plot. Troppo facile l'ambientazione del manicomio/prigione sull'isola, scontatissima la tempesta, telefonato il ribaltamento di ruoli cacciatore/preda, già visto (e assai meglio realizzato, ad esempio in Identità) il colpo di scena finale, peraltro inverosimile. E' un film nato vecchio, ambientato negli anni '50 e forse per questo pervaso da una sorta di mollezza che lo avrebbe reso adatto al pubblico di allora. Nel frattempo sono successe un po' di cose, e non bastano l'ambientazione manicomiale, il cimitero abbandonato o il faro deserto a fare paura, né i flashback di guerra a dare profondità ad un personaggio che si potrebbe definire con una certa generosità monodimensionale. Ben Kingsley è bravo ma sono lontani i tempi de "la morte e la fanciulla", tanto per dirne uno, Di Caprio è da sufficienza e niente più. Imperdonabili poi alcune ingenuità come l'occasione irrisolta del braccio dei detenuti violenti, bella scenografia inutile, e soprattutto la scena della scogliera, in cui Di Caprio si arrampica su e giù per pareti a picco senza nemmeno sudare e con tanto di scarpe di cuoio. Scorsese non si preoccupa minimamente di montare della suspense, non si abbandona al montaggio ad effetto per fare paura, fa un uso sconcertante della colonna sonora, che carica di tensione alcune scene (come l'arrivo alla struttura nei minuti iniziali) per poi sciogliere la tensione senza che niente nella regia giustifichi l'una o l'altra scelta. Insomma un film brutto, da cui stare alla larga, di cui salvo solo la scena del sogno iniziale, con la cenere che cade nell'appartamento a segnalare lo scorrere del tempo e l'arrivo dell'incendio che ci risveglierà. Avesse fatto di quella scena un videoclip, sarebbe stato bello.

martedì 20 luglio 2010

L'amico di famiglia


Parte il film e faccio subito caso alla splendida colonna sonora, poi scopro che è del solito bravissimo Teho Teardo che ha musicato La ragazza del Lago, altro piccolo capolavoro di compostezza, altro stupore per un film italiano che non innova, non rinnova ma comunque realizza un prodotto decente, recente, che non sfigura di fronte ai cugini francesi o spagnoli. Che di per sé è una specie di miracolo. Comunque il film comincia e subito mi conquista questa sequenza di gesti rallentati, un poco in posa ma va bene, il rischio di citare la Riefenstahl viene abilmente evitato dalla cornice di lenzuola stese ad asciugare, che diventano luogo geografico ed insieme luogo della memoria. L'agropontino è terribile e meraviglioso nella architettura razionalista e nei non luoghi delle città di fondazione, le inquadrature tese tra surrealismo e realismo magico, con una gondola che attraversa un acquapark, così perfetta da far pensare che non sia geniale invenzione cinematografica ma ancor più fantastico assurdo quotidiano. Il cowboy veneto di Bentivoglio conquista con la sua devozione ad un immaginario che non può appartenergli e a cui comunque non riesce a sfuggire, Giacomo Rizzo dà vita ad un eroe negativo credibile, odioso e sconfitto sempre, ben prima del finale, anzi soprattutto perdente quando prevarica, distrugge, sporca, perché a questo pare averlo lombrosaniamente inchiodato la vita. Geremia l'usuraio è ricco, ma ruba al supermercato, cerca sulla spiaggia qualche spicciolo, vive in un tugurio, beve acqua del rubinetto e passa le sere a pulire la madre malata. Geremia l'usuraio è un poveraccio, anche con un milione di euro in banca, perché non desidera. Quando ruba, non è per desiderio verso l'oggetto della ruberia, sia una merendina o un'amplesso, ma per il gesto in sé. Rubare, risparmiare, accumulare. Di per sé. Geremia l'usuraio è malato perché ciò che lo fa felice è il denaro, non quello che il denaro può comprare. Ma il denaro è un simbolo, accumularlo è roba da collezionisti. E questa, per me che nel denaro non riesco a vedere valore fintanto che non è speso, trasformato in qualcosa di reale, è una chiave di lettura potente. Il vero ricco è chi riesce ad ottenere ciò che lo rende felice. Un chilo di pane è la felicità per chi ha fame, perché più di tanto non puoi mangiarne, non puoi riempirti. Il denaro è diverso, non puoi abbuffartene, non può mai essere abbastanza. Uno che si innamora del denaro ha confuso significato e significante, e quindi non sarà mai felice, non si sentirà mai ricco. Laura Chiatti, bella-solo-bella nel film chissà se per bravura o naturale disposizione diventa agente di cambiamento, e nella sua ambizione di vendetta finisce per offrire al suo carnefice la migliore occasione di un nuovo inizio, di una felicità che, liberato dalla madre morente e dalla ricchezza inespressa diventa, per quanto improbabile, quantomeno concepibile.

mercoledì 14 luglio 2010

Aquila


La realtà irrompe, interpretata con gli acquerelli in un blog di cui mi arriva notizia, e d'improvviso la voglia di bypassare qualsiasi canale di informazione, prendere la macchina e andare a vedere. E mi viene in mente che forse televisione e giornali creano una distanza "media", che mette sullo stesso piano avvenimenti vicini e lontani, così che L'Aquila, al di là dello schermo, sembra distante quanto Caracas New Orleans. Prendere e andare. Prossimo weekend, credo. Chi vuole si aggrega!

venerdì 9 luglio 2010

Le mani lo sanno


Nel racconto epico e specialmente nel topos della quête, la strada giusta è sempre la più difficile, per definizione. Tanto che quando l'eroe sceglie quella più semplice verrebbe voglia di dirglielo: "Noooo, devi passare di là! Hai presente quella strada piena di pericoli, difficoltà, mostri orrendi? Ecco, il tesoro è in fondo a quella. Che fortuna eh?" Ma l'eroe non si lamenta mai, né chiede indicazioni, del resto. Ora ci sono due modi per interpretare questa non banale equazione sulla strada buona=difficile. Se si interpreta la sua bontà come conseguenza della difficoltà, se il buono deriva dal difficile, allora si afferma questa idea medioevale della ascesi attraverso la sofferenza, della mortificazione della carne. Il premio alla sofferenza, premio che arriva sempre dall'alto, per intercessione divina, a cui la mortificazione di sé non dà diritto, ma di cui è prerequisito indispensabile. Orrore e delirio. Ma potrebbe anche essere che gli scrittori medioevali avessero preso un dato empirico (ciò che ci riesce difficile è ciò che ci fa bene) e lo avessero semplicemente interpretato al contrario. Proviamo a ribaltare il concetto e vediamo che succede, se ipotizziamo invece che sia la difficoltà ad essere una conseguenza della bontà, e non il contrario. Se fosse che sia il difficile che deriva dal buono. Che cos'è facile? Facile è quello che conosciamo. Lo abbiamo già fatto, sappiamo cos'è, dove ci porta, come e cosa ci fa sentire. Non c'è ricerca, non si mette in discussione nulla. Ciò che conosciamo, ci è facile. In ogni occasione tendiamo a rispondere come abbiamo sempre risposto, e nel caso si parli di comportamenti che ci fanno male, si parla di coazione a ripetere. Per evitarla occorre riuscire a dare una risposta diversa, quindi nuova. Ma rispondere in modo nuovo ad una situazione vecchia, è difficile. Molto. Così l'altra sera mi sono trovato ad avere a che fare col vecchio. Vecchia rabbia, vecchia tendenza distruttiva, vecchia voglia di chiudere le comunicazioni e cercare il distacco, l'allontanamento. Il vaffanculo. Che a volte può essere la risposta giusta ma non sempre e non con tutti. Ecco che allora le mani, sempre. Le mani lo sanno, come fare, mica quello stupido di cervello, sempre pronto a pontificare, a disquisire, a trovare ragioni. Mettersi all'opera, invece. Suonare qualcosa, dipingere, pulire la casa, smontare un motore. Ma anche solo apparecchiare la tavola con cura e improvvisare una cena che somiglia a un'aperitivo, è qualcosa che stacca il cervello e mi appaga, mi calma. Cercare l'apertura con caparbietà, al vaffanculo sostituire un'abbraccio, e improvvisamente qualcosa accade, e la rabbia diventa felicità. Una meraviglia, riuscirci.

sabato 3 luglio 2010

Il Futuro, negli anni '70



Sono nato nel 1968, in un periodo in cui tutto sembrava possibile. Ma questo non è un post sul '68. Che i sognatori di allora si siano venduti la possibilità di un cambiamento per un posto in banca, che abbiano trasformato idee in ideologie, che abbiano scambiato amore e indifferenza, non mi interessa. Critiche autocritiche analisi, basta: del '68 non se ne puole più, davvero. A volte mi viene da pensare che perché si realizzi una nuova rivoluzione toccherà andare a far fuori 'sti vecchiacci uno per uno, che finché campa il fantasma di questa rivoluzione mancata, ci sarà sempre la loro, a rivendicare un primato. E d'altronde, una rivoluzione che non spazzi via per primi i propri eroi, è impensabile. Io i primi mesi del '68 ero nell'utero di mia madre, per dire. Non poteva importarmi meno delle rivoluzioni fuori, ne avevo già abbastanza da fare per conto mio. Poi, un anno dopo che sono nato, un uomo camminava sulla luna. No, dico: un uomo! Sulla luna. Roba da matti. E io me lo son visto! Non che me lo ricordi eh, ma insomma, pare fossi lì, come tutti, a seguire l'imponderabile su un televisore in bianco e nero, in una casa d'affitto a riva degli etruschi. Qualche anno più tardi, una decina, mia zia mi diede un pacco di giornali che aveva tenuto da parte. Erano tutti i giornali e le riviste del periodo dello sbarco, compresa una edizione del messaggero con un LUNA strillato a piena pagina. Mai più vista una prima pagina così, credo di averlo ancora da qualche parte. Io giocavo coi razzi, il futuro erano le esplorazioni spaziali, e mio padre mi diceva "no, prima dovremmo esplorare il mare, è quella la frontiera più immediata" e mi parlava di case sottomarine. Quando andavamo ai giardini dell'orticoltura, che all'epoca avevano un'enorme locomotrice a vapore a far ruggine nel prato, accanto all'ingresso c'era una gelateria che faceva il gelato artigianale. Ogni volta mi sarei voluto fermare e prendermi un bel cono tutto cioccolata. Ma mia madre non voleva: "Prendi quello confezionato, è più sano! Quel gelato lì chissà chi l'ha fatto, magari c'è andata qualche mosca dentro!" e via di pinguino, che a me non è mai piaciuto con quel velo infinitesimale di cioccolato amaro diaccio marmato che non ne voleva sapere di sciogliersi in bocca. Erano anni così: Industriale era buono. Industriale era sano e controllato, e c'è da dire che gli artigiani di allora, in effetti, ad una mosca in più o in meno non facevano caso davvero. Per me che son cresciuto in quegli anni, il futuro era il dominio sulla natura, piloni di acciaio svettanti, mondi ordinati e astronavi nel cielo. Non ce l'avevano mica detto, che il futuro se l'erano venduto alle sette sorelle, alle multinazionali, alle banche. Oggi un pilone è solo un pilone, un pezzo di ferro che qualcuno dovrà rottamare e smaltire in modo che faccia meno danni possibile. Ma anche se il futuro che ci avevano promesso negli anni '70 ce lo hanno rubato, c'è una cosa che è impossibile rimuovere da chi, come me, ha respirato quegli anni. L'idea che l'impossibile non esiste. No dico: un uomo. Sulla luna! Ci pensate?

Tempo fa girando in macchina un sabato pomeriggio ho visto questo pilone, perfetto e solitario tra le colline toscane, e mi è venuto in mente che era questa, l'immagine del futuro, negli anni '70.

lunedì 28 giugno 2010

Cedimenti strutturali

Saranno stati i quasi seicento chilometri distribuiti in due comode tranche una la mattina ed una la sera, tratto appenninico incluso. Sarà stata l'aria condizionata, nelle quasi sei ore di macchina e nelle altre otto ore in sala riunioni, che mi uccide ogni volta. Sarà forse anche che ultimamente la vita mi si è complicata un po', e ho meno tempo per me stesso, sempre in corsa tra lavoro, impegni familiari, una casa da non fare esplodere e un po' di vita da fare ogni tanto, che sennò che si vive a fare. Fatto sta che nel fine settimana febbre alta e gola in fiamme. Ieri sera il mostro nella testa urlava ancora i suoi devo devo devo e pensavo che forse oggi sarei tornato al lavoro, invece penso che stavolta non la ascolterò, quella voce familiare, e mi farò due giorni di convalescenza. Il mondo andrà avanti anche dopo che sarò morto, che comincino ad abituarsi.

giovedì 24 giugno 2010

E anche questa è fatta.


Ovvia via! Almeno quando la stampa non parlerà di tutte le porcate che il governo farà approvare nelle prossime settimane, giornali e telegiornali non avranno la facile scusa delle vuvuzuelas e dei mondiali per giustificare il silenzio.

Luttazzi e il killeraggio mediatico


Tutta la vicenda di Luttazzi va avanti da settimane ormai, protratta artatamente e con una certa disponibilità di uomini e mezzi, nonostante spiegazioni a mio avviso più che sufficienti, con l'evidente volontà di dimostrare qualcosa, di arrivare a un risultato. Niente di più del solito argomento ad hominem, contro chi con la sua arte da anni si dimostra pericoloso per un sistema che, difatti, lo esclude. Il peccato di Luttazzi è che costringe il pubblico a pensare. Chi se ne frega se usa una battuta di Hicks o di Carlin: Bill Hicks in Italia fino a un mese fa lo conoscevamo in sei: il suo genio era assolutamente inutile, sterilizzato, inutilizzabile perché nato in un contesto culturale diverso. Un peccato perché i suoi monologhi dei primi anni '90 sono di una attualità straniante. Quello che mi interessa di Luttazzi non è se sia più o meno saccente, antipatico, primo della classe: di sicuro lo è, e ci gioca, da anni. Quello che mi interessa di Luttazzi è che mi faccia ridere, ed in questo è bravissimo, ed è anche molto in gamba nel contestualizzare (diverso dal mero tradurre) le battute storiche dei suoi colleghi d'oltreoceano. Ma c'è una cosa che mi fa specialmente incazzare della polemica antiluttazziana: il vezzo di ricordare sempre che usa un nome d'arte, insieme a quello di ricordare che in gioventù fu consigliere comunale in quota DC. Io mi chiedo: come fa di cognome Daniele all'anagrafe lo sappiamo da anni, lo ha ripetuto in numerose interviste, quindi dov'è la notizia? In realtà si usa questo stratagemma ("Guardate, usa un nome falso!") per insinuare che abbia qualcosa da nascondere. Una accusa vaga, accennata, tipica di chi vigliaccamente lancia il sasso per ritirare la mano. Poi si rimarca il fatto che sia stato eletto come consigliere in quota DC per occuparsi di una fogna, come se nel fare il consigliere comunale ed occuparsi del proprio territorio ci fosse qualcosa di male, probabilmente nel convincimento idiota e populista che la politica sia sempre e comunque "una roba sporca". Se poi abbia aiutato o meno a risolvere quel problema, nessuno sembra interessato a indagarlo, e sarebbe invece l'unica cosa importante. Pare ci sia riuscito, e terminato il compito abbia scelto di dimettersi. Ma questo sarebbe dare notizie, quello che fanno altri, invece, si chiama spalare merda su un'avversario politico. Killeraggio mediatico, appunto. In molti casi finanziato, in altri, ancor più tristemente, gratuito. Complimenti.

mercoledì 23 giugno 2010

Il coraggio delle iene


Io non lo volevo scrivere, un post sulla morte di Saramago. In parte perché altri lo hanno fatto, con tatto e delicatezza sicuramente superiori ai miei, in parte perché non lo conoscevo abbastanza da sentirlo un vecchio amico, un compagno di strada. Ho letto solo due suoi libri ed uno di questi, Cecità, ho impiegato molto tempo a capire di cosa parlasse. Per superare l'idea del racconto fantastico mi ci è voluta la frase felice di una persona intelligente e sensibile che ha chiesto, conoscendo la risposta, "secondo te perché non diventa cieca, la moglie del dottore?". E io, che stupidamente avevo dato per scontato l'espediente letterario, mi sono dovuto rispondere: "perché vede la realtà umana dell'altro". Anche se poi, a onor del vero, per metterla in questi termini mi son dovuto leggere qualche libro in più. Insomma, avrei taciuto, forse anche convinto che di una vita non è importante il termine ma il lascito, e questo nel caso di Saramago è vasto e universale. Poi però sono arrivate le iene. Tra tutti gli animali, la iena è forse il meno bello, sicuramente il meno nobile. Non caccia le sue prede in campo aperto e di giorno, né affronta i suoi nemici a viso scoperto. Agisce perlopiù di notte, in branco, si nutre spesso di cadaveri e, se attacca, colpisce solo animali feriti o isolati. Con l'avversario di sempre, il leone, si confronta solo se in schiacciante superiorità numerica, diversamente fugge. Non rischia, la iena. Mai. Oggi che siamo tutti orfani della sua intelligenza e del suo rigore morale, è facile attaccare Saramago, facile vestire col suo nome pensieri e pensierini più o meno disgustosi. Lo fa L'osservatore romano con un articolo squallido, che da solo spiega meglio di ogni possibile saggio la statura morale della chiesa. Lo fa tale Lidia Lombardi, i cui meriti intellettuali e letterari restano incogniti anche dopo aver letto i suoi articoli su "il Tempo", dove solitamente recensisce film, e leggendo il suo articolo non riesco a non chiedermi cosa, nel limitato perimetro della sua mente, le faccia ipotizzare di avere un qualsiasi titolo per commentare Saramago. Lo fa Maurizio Maggiani, che evidentemente ritiene indispensabile attribuire un pensiero religioso, ovviamente postumo, a chi si è sempre dichiarato ateo e, presumibilmente, gli avrebbe risposto per le rime se solo fosse stato ancora vivo e nella non ovvia condizione di conoscere Maurizio Maggiani e il suo pensiero. Lo fa Maurizio Stefanini su "L'Occidentale". Che non è un giornale e nemmeno un blog. E' un qualcosa che aspira. E dire che per aspirare, nel PDL, c'è da mettersi in fila. Lo fa, infine, Arturo Diaconale su "L'Opinione delle Libertà" con una ottusità virulenta, senza nemmeno la dignità di firmare quelle quattro righe sghembe con altro che non sia un nom de plume, concludendo il suo attacco anonimo con un odioso "uno di meno". Per il suo epitaffio, che attendiamo di leggere presto, basteranno queste tre parole.

Per questo non lo volevo scrivere, un post su Saramago: perché in certi casi serve solo silenzio.

sabato 19 giugno 2010

Visioni.


Ieri sera ho visto Departures (Okuribito), in versione originale giapponese, coi sottotitoli. Film delicato, intenso, pieno di piccole cose. Qualcuno sul web lo ha criticato per la simbologia un po' didascalica delle pietre-lettera, a me è sembrato un modo lieve di suggerire dei legami, dei sentimenti, senza doverli per forza verbalizzare. Il tema che tratta richiede delicatezza, e i lunghi silenzi del maestro Sasaki spiegano tutto senza bisogno di dire nulla. Un film così suscita riflessioni. La prima, la più banale forse, è che si tratta per una volta di un film che racconta una storia, in maniera lineare: succede questo, poi questo, infine questo, punto. Si esce dalla solita trama di "difficoltà-evoluzione-successo-dramma-crisi-catarsi" che contraddistingue la gran parte del cinema occidentale, ed è un gran sollievo, una boccata di aria fresca per una storia che almeno somiglia alla vita vera. Persino il villaggio di campagna non ha niente di elegiaco, potrebbe essere un qualsiasi paesino ovunque nel mondo: in bosnia, negli stati uniti o sull'appennino pistoiese, non fa differenza. La differenza è tutta nel rapporto con la morte, che il protagonista si trova quotidianamente ad affrontare nel suo nuovo lavoro. Tempo fa leggevo in un blog che amo molto un post che diceva sostanzialmente: la società occidentale ci ha espropriato delle esperienze fondamentali: la nascita, la malattia e la morte sono relegate all'ospedale, la follia al manicomio, la criminalità al carcere. Di queste esperienze, le uniche due comuni a tutti gli esseri umani sono la nascita e la morte, così penso che aver relegato all'esterno della casa e della famiglia queste esperienze tolga qualcosa alla vita, la renda in qualche modo meno autentica, asettica, confezionata. Una rappresentazione in tre atti di cui vediamo solo il secondo, poiché inizio e fine si svolgono fuori dalla scena, diventando quindi o-sceni. Ma in un corpo morto non c'è oscenità, c'è solo assenza di vita. Un cadavere non è più persona, quindi, ma non è nemmeno una cosa, un oggetto. Nei gesti misurati e attenti del protagonista mentre lava e veste il cadavere c'è un profondo rispetto verso la realtà umana dell'altro, verso il suo dolore, la sua necessità di una figura terza che si occupi degli ultimi particolari con cura e affetto. Un film intriso di pietas non cattolica, totalmente distante da qualsiasi ipotesi religiosa, in cui il protagonista, nel mettersi al servizio degli altri, sospende ogni giudizio. Penso ai miei morti, qualcuno ho potuto vederlo, corpo immobile, lo stesso ma diverso, una specie di gioco di prestigio doloroso e rassicurante allo stesso tempo, e in un gioco di associazioni di idee mi torna in mente una tavola di Pazienza. Qualcuno invece non ho potuto, e forse è stato peggio. Se neghiamo ai sensi l'esperienza della morte, la partenza del titolo, appunto, rischiamo di non realizzare il distacco. Forse è anche questo, il senso.