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mercoledì 8 agosto 2012

Battiato non ci ha capito nulla.

Ci si trova, come ma non per caso, seguendo una parola, un movimento, una forma appena intravista. 
Ci si incontra per desiderio, intuendo qualcosa che l'altro ha. 
Ci si combina, stelline sbreffi e palpi ad urlapicchio, con in mente una sola regola: farsi bene, donarsi il meglio. 
Si impara dall'altro, ogni volta, l'amore. 
Si aprono gli occhi imparando a riconoscere lo sfregio della negazione, la stilettata a tradimento dell'annullamento. 
Da quell'istante non capita più di ritrovarsi sanguinanti senza riuscire a capirne il motivo ed i mostri si riconoscono anche quando si presentano in nappine e paillettes.
Poi arriva il giorno in cui occorre dire che il desiderio è andato altrove, perché così è il viaggio, e ci si osserva l'un l'altra sorridenti, tutto il resto intatto.
Si apre lo scrigno un pomeriggio a rimirare i tesori nuovi, frutti buoni presi senza sottrarli all'altro, moltiplicati invece. 
E finalmente si comprende che Battiato non ci ha capito nulla: la promessa da fare a chi si ama è solo questa: 
Io avrò cura di me.

sabato 24 marzo 2012

Diffidare dei diffidanti


Cercherò di riassumere ma non so se alla fine accorcerò la cosa o se invece finirò per allungarla. Allora, c'è un editore in Italia, che sia poco conosciuto non è il punto, che pubblichi esclusivamente ebooks meno che mai, che pare dedito a singolari prassi lavorative. Pare infatti, a quanto leggo in rete, che tale "editore", le virgolette cominciano ad essere necessarie, chieda ai traduttori che vogliono lavorare per lui un obolo di 160 euro. A quanto capisco a titolo di rimborso per i costi di verifica delle capacità del traduttore, cioè come andare da un avvocato e chiedergli 160 euro per discutere con lui il vostro caso e quindi valutare la sua preparazione prima di affidarglielo. Voi provateci eh, mi raccomando. Poi mi dite. Dopodiché, comunque, i "fortunati" che sono stati scelti per il compito possono aspirare ad avere con tale editore rapporti di lavoro così regolati: l'editore, se vuole, affida la traduzione ad uno dei candidati, il traduttore la esegue, l'editore decide se, come e quando pubblicare e nell'ipotesi che il libro venda il traduttore viene compensato in royalties sul venduto. Ora, non sono un traduttore (anche se mi improvviserò tale in questa occasione) e quindi non posso affermare con assoluta certezza che questa pratica sia fuori dal mondo, ma ritengo che sia una regola di buon senso stabilire che chi ti chiede dei soldi per lavorare non è una persona seria. Ho fatto il fotografo per qualche anno e allora come adesso era noto che le agenzie serie non hanno mai chiesto soldi alle aspiranti modelle, gli editori seri non chiedono soldi per pubblicare libri e le aziende che sono interessate ad assumere non chiedono soldi per la formazione, casomai avviene il contrario, com'è giusto che sia. Mica mi scandalizzo eh, per me se uno casca in simili trappole è bene che resti fregato, così impara, con le sedicenti case editrici così come col sale di Vanna Marchi o col sangue di San Gennaro, che per me è tutta la stessa pappa. E difatti la cosa sarebbe potuta finire lì. Capita anche, però, che un sito americano venga a conoscenza della cosa e, capirete, lì mica sono abituati a queste cose, sono anglosassoni e hanno un'etica del lavoro completamente diversa, quindi succede che questo sito metta online un articolo dove stigmatizza questo comportamento. E probabilmente anche stavolta sarebbe finita lì se una traduttrice italiana, Isabella Zani, non avesse tradotto, appunto, l'articolo nella lingua del paese ove il sì suona. Panico. La casa editrice in questione, tale Faligi Editore di Aosta, chiama i suoi avvocati e fa recapitare alla Sig.ra Zani una lettera di diffida in cui minaccia di adire le vie legali in sede civile e penale se non provvede a rimuovere il contenuto del post. Diffida che viene inizialmente raccolta ma che, dopo qualche giorno di riflessione, la sig.ra Zani decide di disattendere, motivando così la sua decisione. Fin qui quanto è successo. Ora, a me non interessa nulla della casa editrice Faligi, che fino a ieri ignoravo e che ritengo dovrebbe ai signori del sito nopeanuts quantomeno dei ringraziamenti per la pubblicità gratuita che sta ricevendo, ma ritengo inaccettabile il tentativo di equiparare la responsabilità dell'autore con quella del traduttore. Ovvero, se Pinco Pallino scrive che Paolino Paperino è un grasso bipede pennuto su un sito, ed io traduco quel post, nella ipotesi che il Signor Paolino Paperino trovi diffamante tale affermazione questi dovrà adire le vie legali nei confronti dell'autore e non nei confronti miei, che l'ho tradotto (salvo dimostrare poi di non essere effettivamente un grasso bipede pennuto, e qui la vedo dura). Dire che il traduttore è correo, ovvero complice, significa trasferire al traduttore l'onere di verifica della correttezza di quanto scritto, cosa che non può ovviamente essere richiesta a chi non ha i mezzi, la competenza né la responsabilità di farlo. Per dire, sarebbe come trasferire al giornalista o al direttore responsabile di un giornale la correttezza delle affermazioni riportate testualmente. Per fare un'altro esempio, se io scrivo un pezzo in cui cito Pinco Pallino che afferma "Paolino Paperino è un grasso bipede pennuto", non sono responsabile di tale affermazione, in quanto non fatta da me ma, appunto, da altri. Ora, siccome queste cose sono ovvie a tutti, tantopiù a chi di mestiere fa l'avvocato, mi pare evidente che il contenuto della lettera ricevuta dalla sig.ra Zani è in sostanza intimidatorio. Ovvero si minacciano improbabili azioni penali per ottenere la rimozione di un contenuto sgradito, senza peraltro smentire in alcun modo la veridicità di quanto affermato nell'articolo stesso. Ora, siccome amo molto gli avvocati e immagino che i legali della Faligi Editore si facciano pagare un tot per ogni lettera di diffida che scrivono, penso sarebbe molto bello e interessante se tutti ribloggassimo e ritraducessimo il contenuto dell'articolo originale, contribuendo a diffonderlo quanto più possibile. 

E quindi, ecco la mia personale traduzione dell'articolo originale:

"Avviso a tutti gli aspiranti traduttori. Non perdete la vostra chance di entrare a far parte dello staff di un vero editore!
Ecco come funziona. Ci pagate 160 euro per partecipare ad un incontro sulla "Traduzione Letteraria" dove vi spieghiamo tutto della industria editoriale e del ruolo che avete al suo interno.
Dopodiché vi diamo un testo da tradurre a casa. Se passate la selezione, magari vi assegneremo un libro. Dopodiché, vi pagheremo in Royaltes.
Sembra fantastico, eh?
No, non lo sembra. Sembra come una truffa - Il che è esattamente quello che è. Proviamo a… mmm… tradurre:
Ci date 160 €. Poi traducete un libro gratis. Se vende, potreste vedere qualche euro. Se non lo promuoviamo, o se decidiamo di non pubblicarlo, o se semplicemente si tratta di un brutto libro… Oh, bé. Voi ci avete rimesso 160 euro, e noi… nulla. (Tutti i libri della Faligi sono e-books. Questo garantisce non solo che i costi di produzione sono minimi, ma che le vendite - di libri di autori perlopiù sconosciuti e traduttori totalmente sconosciuti - saranno allo stesso modo minime).
Nella operazione di "reclutamento" che Faligi sta attualmente intraprendendo attraverso una campagna di mass mailing, l'anonima redazione di Faligi è alla ricerca di:
- madrelingua italiani che hanno studiato lingue straniere o traduzione; madrelingua (o persone che hanno vissuto all'estero) che abbiano in mente un manoscritto che vorrebbero tradurre e giovani con nessuna esperienza, compresi studenti univeristari.
- madrelingua stranieri che possano tradurre dall'Italiano. In questo caso, Faligi non richiede alcun titolo di studio a condizione che si abbia una "buona esperienza" con la lingua Italiana, acquisita in Italia.
In altre parole: se vuoi essere un traduttore, tutto quello che serve è la "passione", la disponibilità ad essere sfruttati e… 160 euro.
E quindi, come mai ci sono aspiranti traduttori che ci cascano? E perché Faligi ha 1664 "amici" sulla sua pagina facebook?
Per due ragioni. Primo, la disperazione tra i giovani aspiranti traduttori Italiani che non hanno alcuna idea di professionalità e che sarebbero disposti a fare qualsiasi cosa per avere qualcosa da mettere sui loro curricula. E secondo, perché non c'è limite ai danni che gli esseri umani sono diposti ad infliggere a se stessi.
Ma Faligi Editore fa solo il suo mestiere, giusto? E allora perché tutta questa confusione?
Per questo. Immaginiamo che Faligi editore sia venuto a bussare alla vostra porta, che vi abia offerto un biglietto magico che costa solo 160 euro, che questi 160 euro vi permettano di lavorare gratis per diverse ore come prova, che se passate questa prova potrete spendere alcuni mesi della vostra vita facendo altro lavoro gratuito e che a quel punto il biglietto magico venga infilato in un sacchetto ed estratto a sorte tra migliaia di altri. Forse un giorno sarà estratto, e potreste vincere qualcosa, ma ovviamente non c'è alcuna garanzia.
Se fosse successo questo, avreste chiamato la polizia e fatto arrestare i truffatori per frode [e qui si vede che l'autore non è italiano, ndt].
In questo caso, invece, potete aggiungere un "mi piace" su facebook.
E questo è tutto sulle differenze tra la vita vera ed il magico mondo dei traduttori."

Ripeto, questa è la mia traduzione, ovvero ho compiuto esattamente quanto fatto a suo tempo da Isabella Zani: attendo quindi fiducioso una lettera di diffida, unendomi in questo a chi, come L'Accademia dei Pignuoli, aspira a far ingrassare lo studio legale della Faligi Editore ha deciso di provare a far partire il tam tam. Diffidateci tutti! Chi vuole aderire può ritradurre l'articolo originale (o semplicemente cambiare qualche parola e copiaincollare il testo qua sopra).

sabato 17 marzo 2012

Sono ciò che...


Cartesio era partito con un "Penso, quindi sono". La domanda successiva ovviamente è "sì, ma cos'è, che sono?". Feuerbach ha provato a dire "sono ciò che mangio" ma sul menù si è scatenata una rissa e la cosa è finita lì. Il problema dell'identità è fondamentale, qualcuno non ce la fa, a farsene una e così se la fa prestare dalla famiglia, dalla società, dalla nazione cui appartiene. Dirà allora "io sono una Mamma!" oppure "io sono un avvocato!" o anche "io sono un Americano!" ma questo non significa affatto avere una identità. Significa aver delegato ad altro, fuori di sé, ciò che si è. Il che è un problema perché se poi all'improvviso l'avvocato perde il lavoro e la posizione sociale, se i figli crescono, salutano tutti e vanno giustamente a viversi la loro vita, a quella persona cosa resta? Sarà per questo che quando qualcuno mi dice "sono un Geometra" o "Sono un Idraulico" a me viene da ridere perché trovo buffo che si confonda ciò che si fa con ciò che si è. La vita è fatta di trasformazioni, riflettevo in questi giorni, mentre la morte è assenza di movimento. Tra questi due opposti la vita umana. E mi veniva da pensare che si comincia ad invecchiare nel momento in cui si smette di cercare il cambiamento, la novità, l'esperienza. Conosco persone della mia età ormai incastonate nelle concrezioni delle loro certezze, persone che hanno deciso una volta per tutte cosa è giusto e cosa sbagliato, cosa fa bene e cosa fa male, cosa ascoltare, cosa mangiare e via discorrendo. Poi penso a mia zia che a settantasei anni mi chiede in regalo per il suo compleanno un computer, che vuole imparare a scrivere col Word Processor che lei ha sempre usato la lettera22 e questa rivoluzione mica vuole perdersela. E penso che lei era una ragazzina, al confronto. Meglio farsela robusta, una identità, ma essenziale, senza fronzoli, che se uno perde il lavoro o la posizione sociale o qualsiasi altra cosa, per doloroso che possa essere, mica perde se stesso. Quindi leggo il post di Gipi su quello che è capitato a Michele Serra, e la mia riflessione è stata che forse si è avverato quello che teorizzava Pasolini: il consumo ha sostituito la religione. Prima molti cercavano una identità nel credo, e dicevano "sono un Cristiano" oppure "sono un Musulmano" o anche "sono uno Shintoista, cazzo!" ma oggi al di là delle esternazioni di facciata, in occidente, sono pochi a identificarsi nella religione. E non perché siano andati perduti dei fantomatici valori che nessuno ha mai capito quali fossero (che poi, tutti i politici che si lamentano che si son persi i valori, secondo me è perché si volevano arraffare pure quelli), ma perché oggi non si crede se non per osmosi, assorbendo passivamente una cultura ed un pensiero che pur intriso del veleno cristiano ormai se ne emancipa al punto che oggi, in italia, esiste una larghissima maggioranza di protestanti del tutto inconsapevoli del fatto che il loro stile di vita e la loro idea di religione non abbiano più nulla a che vedere col cattolicesimo, senza neppure che questo rappresenti una svolta perché avviene senza alcuna coscienza di sé ("sono cattolico non praticante" "sono cattolico ma non credo nella chiesa" "sono cattolico ma non credo nell'infallibilità del Papa" significano solo che NON sei cattolico, al limite sei protestante, chiaro?). Sarebbe molto bello poter dire che oggi non si crede più perché si mette l'identità umana al centro di se stessi e dei rapporti con gli altri, ma non è così. Oggi non si crede perché oggi si consuma. L'identità che prima affidavo ad una chiesa, oggi me la scelgo su internet, me la pago coi debiti mastercard, la affido ad una marca ad un modello ad un jingle, oggi uno domani un altro. Quindi succede che qualcuno si senta offeso da chi critica Twitter, perché Twitter è la sua scelta di consumatore e quindi lo rappresenta, diventa parte della sua identità. Il rischio di definirsi in base ai consumi è terribile e la possibilità che questo stia già avvenendo, altissima. "Io sono un tipo Nike/Hilfiger/McDonalds/Dell/Buell e tu? Io sono più una ragazza Blahnik/Zara/Sushi/Dahon. Allora nulla da fare". Da consumatori a prodotti il passo è brevissimo. E definitivo. Meno male che c'è ancora la speranza. Pochi giorni fa guardavo un documentario, "Devil's playground", sulla vita di alcuni giovani Amish nel momento in cui, a sedici anni, vengono allontanati da casa e dalla comunità in cui hanno vissuto tutta la loro vita, per vivere un periodo da persone "normali" e poi scegliere se rientrare e battezzarsi oppure no. Se scelgono di non rientrare, sono di fatto come morti. Il 90 percento di loro rientra e vive la vita che altri hanno scelto per loro. Ma c'è una ragazza, in quel video, che molla tutti e nonostante perda la casa, i fratelli e i genitori, nonostante questo le faccia male, ha le palle di farsi la sua vita, la sua identità, le sue scelte, inseguire il suo sogno di andare finalmente al college, vivere come ritiene di fare, liberamente. Ed è una cosa bellissima. È una cosa giusta. Scaricatelo, se vi capita, tanto in televisione non lo vedrete mai.

martedì 10 gennaio 2012

Il bacio


In rete si accendono piccole discussioni e, d'improvviso, mi trovo a prendere posizioni che fino a qualche tempo fa non avrei immaginato, così il pensiero si dipana e cerco di capire il perché di questo cambiamento ed il suo significato. Si parla di arte, si cita una canzone famosa di un tipo altrettanto famoso perché qualche mese dopo quel grande successo ha ucciso la propria compagna a calci e pugni. E scopro in me un rifiuto, che quella canzone era bella ma io non ho più voglia di ascoltarla, non mi interessa quanto sia triste e struggente, io non mi ci associo. Mi si ribatte che l'arte è arte indipendentemente dall'artista, una cosa con cui fino a qualche tempo fa mi sarei trovato d'accordo, e invece no, non è così, l'arte di un sadico che massacra di botte la compagna non è come l'arte di chi non lo farebbe mai ed ogni giorno affronta la vita con un sorriso aperto, scopro all'improvviso che non riesco più a separare i due ambiti e penso al racconto che mi fece anni fa una amica brasiliana. In Brasile, mi diceva, se qualcuno ti infila la lingua in bocca è da intendersi come un saluto, è sconveniente tirarsi indietro e, comunque, un bacio è sempre piacevole. Allora mi sembrò strano ma interessante, probabilmente perso in qualche fantasia su Giselle Bundchen, oggi mi chiedo invece se la premessa sia vera: un bacio, a parità di alito e tecnica, è sempre piacevole indipendentemente che a dartelo sia una donna bella e intelligente o una nazista che brucerebbe gli immigrati? E se la risposta è sì, allora il passo successivo è andare oltre il genere e dire che un bacio è un bacio che a dartelo sia la Mezzogiorno o Fabrizio Frizzi, che tanto è tutto uguale, le labbra son labbra e chissenefrega del resto. Orrore. Io non penso affatto che sia così, credo che questa specie di sineddoche per cui si prende la parte per il tutto sia indifferenza e dissociazione, non riesco a separare le labbra che baciano dalla persona che c'è appena dietro, come non riesco più a separare la canzone dalla storia del cantante omicida o le architetture di Albert Speer dal contesto in cui sono nate e dall'ideologia che esprimevano. Anche Hitler faceva acquerelli, non so come siano, non mi interessa vederli. L'arte a volte è un bacio avvelenato.

sabato 31 dicembre 2011

L'anno che verrà.



L'anno vecchio è finito e si fa tempo di bilanci, chissà perché. Che a me i bilanci verrebbe meglio farli a primavera, quando tutto rinasce e ci si lascia alle spalle l'inverno e anche allora, comunque, no. C'è stato un tempo in cui ne facevo di continuo, pesavo sulla bilancia il buono e il poco buono di ogni cosa, di ogni situazione, di ogni anno passato, oggi non è più così. Non c'è il buono o il poco buono in un anno, c'è un agire coerentemente con il proprio sentire e l'agire contro se stessi. E riguardo ai bilanci, molte cose in un anno si concludono, progetti, rapporti, opere. E molte altre cominciano, cose di cui ancora è forse presto parlare ma di cui si sono magari gettati i semi. Tutto, finché si vive, è in divenire e i bilanci sono una sezione delle onde del mare, ma le onde continuano a muoversi mentre i bilanci restano fermi, dandoci un quadro falsato della realtà. Leggendo oggi gli anni passati non vedo annate "cattive" ma momenti in cui ero perso, impaurito, sopraffatto da situazioni sulle quali non ho avuto la forza di impormi. Gli stessi eventi, avessi saputo affrontarli secondo il mio sentire e non secondo una morale o una aspettativa altrui, sarebbero stati altrettanto dolorosi ma non altrettanto distruttivi. Quindi non credo abbia senso augurare un buon 2012 a nessuno di Voi. Auguro invece a tutti la capacità di ascoltarsi sempre e la lucidità per agire in conformità con ciò che sentite. Il resto verrà da solo.

lunedì 26 dicembre 2011

Invece.

Stasera volevo chiudere il blog. Avevo già scritto il post, spiegando tutte le ottime ragioni per cui avevo maturato la decisione, del resto intuibile da tempo visto che scrivo sempre meno. Stavo per cliccare su pubblica ma ho aspettato, atteso, cercato qualcos'altro da fare. E procrastinando mi è capitato tra gli occhi un post di Sul Divano, ho seguito la traccia e all'improvviso c'era questa cosa che non si può non condividere, e la voglia di chiudere il blog mi è passata. Forse vivere spesso è così, resistere il tempo necessario a che il mondo ti stupisca un'altra volta, saper procrastinare quanto basta a ritrovare il desiderio di condividere qualcosa. Soprattutto, forse, avere la speranza che qualcosa in grado di meravigliarti esista, e stia aspettando te. Allora per stasera non si chiude. Si posta questo; invece.

domenica 6 novembre 2011

Melancholia


Se non siete sicuri se andare o no a vedere questo film, gustatevi il video qua sopra e risparmiatevi gli otto euri del biglietto. Tutto quanto il film ha da dire, nel bene e nel male, lo trovate lì, nei primi minuti del prologo. E di cose belle, in quegli otto minuti, secondo me ce ne sono. Il problema sono l'altra ora e cinquanta minuti di film, equamente divisa in due capitoli dedicati rispettivamente al personaggio di Justine (Kirsten Dunst) e a quello della sorella Claire (Charlotte Gainsbourg). Di cosa parla, Melancholia? E' la storia di una persona (la Dunst) affetta da una profonda depressione, che alla festa del matrimonio riesce ad abbandonare il marito, a mollare il lavoro, a con uno sconosciuto qualcosa che non è neppure scopare, è solo annichilimento, implacabile autodistruzione. la cosa è più comprensibile una volta incontrati mamma e papà (Charlotte Rampling che ripete ossessivamente esci subito da qui alla figlia angosciata è agghiacciante). Justine non sa vivere, non sa più alzarsi dal letto, non sa prendere un taxi, tutto intorno a lei, persone che si muovono in un benessere che le separa dalla realtà, senza niente da fare se non girare intorno al proprio ombelico. Justine è intelligente e l'intelligenza è la sua chiave, in due occasioni se deve offendere qualcuno usa la parola stupido, perché lei stupida non è e vede quindi chiaramente che moriremo tutti con la stessa inutile chiarezza con cui riesce a contare i fagioli. La morte infatti è il tema del film, ossessione della protagonista, impersonata dal pianeta Melancholia che ci investirà. Non c'è alcun luogo dove scappare, dice Trier, da questa vita non usciremo vivi. Il che è abbastanza ovvio per una buona percentuale di noi senza che sentiamo il bisogno di urlarlo a degli sconosciuti per ore. Quando la morte si avvicina e diventa ovvia per tutti, Justine recupera una parvenza di normalità, sfoggia una razionalità che sembra renderla superiore mentre è solo il segno di un distacco da qualunque sentire, nella morte sembra trovare conforto, è ciò a cui tende e infatti la vediamo masturbarsi, di notte, alla luce del pianeta che ci investirà (a proposito, belle tette la Dunst, non ci avevo mai fatto caso). Anche il marito di Claire (Kiefer Sutherland finalmente meno bolso del solito) è molto razionale e infatti una volta avuta la prova che moriremo tutti, corre a suicidarsi nella stalla. In effetti, perché aspettare? E' davvero tutta qui la domanda che pone il film: Trier ripropone la domanda che Camus introduce nel Mito di Sisifo, ovvero se di fronte al fatto che comunque morremo, abbia senso o no rimandare il suicidio. Eppure il film offre spunti di riflessione, innanzitutto sulla depressione, che è evidentemente la forma suprema di egoismo, in cui gli altri, semplicemente, non esistono o non hanno alcun reale impatto sulla vita della protagonista. Anche nei confronti della religione, Trier sembra assumere un atteggiamento di delusione: Justine parla della vita sulla terra come "cattiva" e parla per categorie di bene/male, la madre sembra pregare a mani giunte in camera sua ma sta solo facendo stretching e, alla fine del film, Justine che ha negato alla sorella l'illusione di un senso nella bellezza ("Potremmo aspettare in terrazzo, bevendo vino e ascoltando Beethoven"), inventa una caverna magica fatta di rami per il nipotino, un luogo capace di proteggerli, e lì aspetteranno la fine, tenendosi per mano. Fine che arriva, ovviamente, incenerendoli: la menzogna magica, religiosa, dice Trier, è buona solo per i bambini. Ma il vero punto di riflessione è l'apparente incapacità del regista di farsi una ragione di un semplice dato di realtà: poiché siamo nati, moriremo. Superare questo punto e andare oltre rappresenta un passo importante nella maturità che Trier, evidentemente, deve ancora compiere.

mercoledì 5 ottobre 2011

Tornare a est.

Leggo molto, in questi giorni, sulle leggi inevitabilmente sempre più infami che questa classe politica continua a sfornare, ormai avvitata su se stessa in una caduta verticale di cui si comincia appena ad intravedere l'esito finale. Nessuna sorpresa, la soppressione delle libertà civili diventa sempre più brutale ed evidente quanto più si esaurisce il consenso che finora aveva consentito a costoro di rinunciare, pur malvolentieri, al manganello. Una rinuncia post ideologica, amorale, mantenuta finora per pura convenienza, per solo calcolo del rapporto costi/benefici. Più il consenso si erode, tanto più manifesta diventa la violenza del potere, in una progressione geometrica il cui esito disastroso è ormai difficilmente disinnescabile. Una delle conseguenze positive, volendo trovarci del buono, è che molti cominciano ad aprire gli occhi, ma sempre molto lentamente. Prendiamo il caso di Wikipedia e del famigerato decreto "ammazzablog": si paventa la chiusura dei blog italiani, Wikipedia oscura la prima pagina e, quindi, la popolazione (quella che ancora ha una relazione col mondo in cui vive, e non credo sia la maggioranza), giustamente, si indigna e si mobilita. L'Italia, si legge, rischia di diventare come l'Iran, la Birmania o la Cina, e la notizia dell'articolo 29 riempie le prime pagine dei giornali. E questo accade giustamente, anzi è una bella cosa che ci dimostra che siamo ancora capaci di indignarci, tutto sommato. Però, quando domattina l'articolo 29 sarà emendato o stralciato dalla norma, come appare ormai ovvio, l'effetto sarà che tutti parleranno di questa "vittoria", e diverrà impossibile mantenere lo stesso livello di attenzione su tutti gli altri articoli, ugualmente liberticidi e infami, di quel decreto legge. Mi torna in mente quel piccolo gioiello di leggerezza e poesia che è "A Ovest di Paperino" e, in particolare, alla scena in cui Athina Cenci avvicinava uno sconosciuto.

«Scusa, c'hai mica centomila lire?»
«EH???»
«T'ho fatto paura eh? Dammi cento lire, vai!»

Ecco, la classe politica attuale perpetra da anni lo stesso giochino, anche se in modo violento, privo della fantasia del film. Minacciano di chiudere internet, poi quando lo sdegno costringe alla ennesima, prevista marcia indietro (ma se non ci fossimo sdegnati sarebbero stati ben felici di andare fino in fondo, di questo non bisogna dubitare nemmeno un secondo), approfittano del momento in cui tutti tirano il fiato per infilare qualche altra porcata. Siamo in mano a dei dittatori, non violenti soltanto finché la violenza non converrà. Coi dittatori non si tratta né si firmano tregue.

mercoledì 24 agosto 2011

Matti

Qualche giorno fa sono finalmente riuscito a partecipare ad una delle passeggiate organizzate da Chille de la Balanza all'interno dell'ex manicomio di San Salvi, luogo tra i più belli e pieni di memoria di Firenze. Tra le molte suggestioni ed emozioni, due in particolare. Tre diverse lettere, scritte da due diversi internati in periodi storici assai distanti. Due di queste lettere narrano la metamorfosi di Giacomo Tarantini, quella normale e ragionevole scritta prima della "cura" a base di elettroshock e reclusione nel sesto reparto uomini, e quella scritta dopo, quando ormai gli avevano fatto entrare dentro a forza le acca, ed era diventato Giachomho Vhon Taranthinhi, come racconta Ladoratrice.

L'altra lettera, però, è quella che mi ha colpito di più, grazie alla succitata Ladoratrice e ai suoi riflessi ferini posso oggi riportarla per intero. 

Eccola:

"Alcuni di noi spesso si trovano in manicomio perché la società non ha nervi abbastanza saldi per sopportarci.

Perciò prima sarebbe necessario curare la società alla quale ci dovremmo nuovamente inserire.

Un lavoro non regolarmente rapportato alle capacità fisiche e intellettuali di un individuo, credo che influisce molto negativamente sulla sua salute.

Un lavoro mal retribuito credo lo avvilisce e lo umilia e le arreca sempre danno alla salute e all'equilibrio mentale.

Un ambiente dove un ex ricoverato viene guardato o trattato (a volte sfottuto) come un essere diverso, non è abbastanza adatto.

La libertà è soggetta a limiti di usi e di costumi, ma molto di più è soggetta alle capacità finanziarie."

Angelo.

In quello che scrive Angelo la pazzia non si vede, ma i manicomi erano, e potrebbero essere di nuovo, luoghi in cui seppellire chi non fa comodo, per questioni di eredità, di convenienza o per motivi politici. A Volterra esisteva addirittura un reparto anarchici, come se l'anarchia fosse di per sé segno certo di squilibrio mentale, e a chi pensa che oggi questo non potrebbe succedere più consiglio la lettura di questo articolo sull'uso politico del TSO a Genova durante il G8. Il manicomio era un luogo in cui si perdeva ogni diritto, si diveniva meno che umani, oggetti da archiviare, in attesa dell'unica liberazione possibile, la morte. Dal manicomio infatti non si usciva, mai, nemmeno con le parole e, infatti, la corrispondenza in entrata ed in uscita dal carcere era semplicemente soppressa. Occorre preservare la memoria di ciò che è stato, perché la memoria dell'orrore è l'unico modo per essere certi che quell'orrore non torni.

mercoledì 10 agosto 2011

Die kunst der fuge


Sono un sacco di giorni che non metto piede qui dentro, più di un mese. Ormai non aprivo questa pagina nemmeno per controllare i link, che comunque trovo quasi identici in altri luoghi. Mi chiedevo perché, poi ho capito. Si scrive di quello che si fa, si pensa, si desidera, si teme, si odia o si ama. Non si può scrivere senza essere. E io ultimamente non sono stato. Frastornato dalla realizzazione di Terre Rare, assorbito da altrove in cui la mia presenza è utile, ma non necessaria, votato alla risoluzione di logistiche, alla semplificazione dei problemi, alla eliminazione dell'impiccio, di me non resta neppure il più piccolo riflesso, nello specchio del desiderio. Scomparso, sparito. Facile fuga consueta, la mia, comodo arrocco, assistenzialismo pretesco e vile di chi aiuta a camminare quello con la gamba rotta mentre nasconde sotto il camice la sua deformità. Arriva l'estate e come ogni volta mi trovo assente, incapace di organizzare un viaggio, una vacanza, una gita. Odio il mese di agosto, odio dover decidere cosa fare di me in questi giorni in cui tutti da qualche parte sono, e fanno quello che desiderano. Mentre io, ancora una volta, non andrei da nessuna parte, dormirei soltanto, in attesa di poter di nuovo essere per. E da questo, ritagliarmi fughe. Com'è difficile uscirne. L'anno prossimo, ecco. L'anno prossimo a Predoi. Ma intanto anche a Genova, tra qualche giorno. Un passo alla volta, che le rivoluzioni così si fanno.

giovedì 19 maggio 2011

Attenti al lupo


Un uomo che detiene il controllo pressoché totale dell'informazione può inventarsi la sua realtà. Può dirci dalla televisione che la luna è fatta di formaggio e molti crederanno a quello che dice lo schermo. La luna è lontana e nessuno sa dire che sapore abbia, il resto è logica, pensiero razionale, senso comune. Ma se la televisione dice che è fatta di formaggio, e lo ripete insistentemente con l'appoggio di tutto l'apparato di tuttologi e pennivendoli, alla fine molti, moltissimi, saranno disposti a dire che forse, in fondo, chissà, potrebbe anche sapere di formaggio, perché no? Quell'uomo potrà rubare e dire che ha donato, corrompere e dichiararsi vittima, fare orge e passare per uno statista. 

Purché ciò che dice non sia mai immediatamente verificabile. 

Se la bugia passa, anche per un minuto, dopo è tardi per qualsiasi rettifica e vano qualunque approfondimento perché, alla fine, in un paese in cui l'informazione è sotto controllo, i fatti scompaiono al punto che anche questi ultimi, se e quando vengono riportati, sono percepiti come opinioni. L'unico errore che non deve mai fare un uomo che ha il controllo dell'informazione, è dire che la luna è quadrata. Perché gli occhi ce li hanno tutti e se qualcuno ti dice che quello che vedi è sbagliato, significa che uno dei due è pazzo, oppure in malafede. E se uno alla fine capisce che la luna è tonda, probabile che si renda conto che non è neppure di formaggio. Speriamo.

sabato 14 maggio 2011

La politica degli uomini nuovi


L'uomo nuovo è solare.
L'uomo nuovo è radioso.
L'uomo nuovo sa che, con lui, il futuro sarà migliore.
Per questo, l'uomo nuovo fa politica, per farci un favore.
E per farci capire che per lui è uno sforzo, dice che ci scende, in politica.
Ma scendere è il movimento di chi si abbassa, da una posizione privilegiata. 
Naturalmente, privilegiata, per censo, intelligenza, cultura, capacità. 
Per le caratteristiche personali dell'uomo nuovo, per i suoi tratti distintivi.
Perchè all'uomo nuovo piace in fondo il diritto di natura.
L'uomo nuovo è migliore in quanto nuovo.
Così, per punto di principio. Come un automobile.
Allo stesso modo, se l'uomo nuovo è giovane, il rinnovamento della classe politica è la sua priorità, se l'uomo nuovo è anziano, oppure se diventa anziano nel tempo, allora "esperienza" diventa la nuova parola chiave.
L'uomo nuovo è nuovo per definizione, la sua novità ha una durata indefinita.
L'uomo nuovo, è nuovo a vita.
L'uomo nuovo non ha un programma politico, ha un compito. 
Esaurito il quale promette di ritirarsi a vita privata, finalmente libero dalla gravosa incombenza di doverci salvare da noi stessi.
Il compito dell'uomo nuovo è invariabilmente vago e altisonante.
Rinnovare il paese, ad esempio. Salvarlo dai comunisti. Rottamare.
Proprio in quanto vago, il compito dell'uomo nuovo non può mai dirsi pienamente realizzato.
Né fallito.
L'uomo nuovo, nell'assolvere il suo compito, stila un programma politico fatto di slogan accattivanti, dietro i quali c'è il nulla. 
Quando gli slogan diventano vecchi, l'uomo nuovo sa coniarne altri, più freschi.
Molti pensano che l'uomo nuovo sia un abile comunicatore, nonostante l'inesistenza della sua politica, ma sbagliano.
L'uomo nuovo è un abile comunicatore proprio in virtù della inesistenza della sua politica.
L'uomo nuovo, infatti, sa che la televisione è un medium freddo, e che il messaggio che passa da questo medium è giocoforza superficiale, piatto, a bassa definizione.
Per questo la sua comunicazione è populista, demagogica, persino ridicola nella continua ricerca del centro del palcoscenico.
I leader dell'opposizione all'uomo nuovo, che non lo sanno o non vogliono capirlo, si ostinano a proporre in televisione una comunicazione completa, approfondita, documentata.
Con l'effetto di risultare incomprensibili, tanto che l'uomo nuovo potrà ben dire di loro "non si capisce cosa vogliono".
Ed è vero.
Ma una comunicazione populista e demagogica è invariabilmente reazionaria, indipendentemente dal messaggio che porta.
Internet, nel suo paradigma di ipertesto, è un media caldo, ossia capace di veicolare informazioni ad alta definizione coinvolgendo un solo senso alla volta.
Un media caldo porta una comunicazione progressista, indipendentemente dai contenuto della comunicazione stessa.
E quindi non si capisce che ci facciano, i progressisti, nei salotti televisivi.
L'uomo nuovo, nello scontro tra lavoratori e capitale, non esita.
Sta dalla parte del capitale, senza se e senza ma.
L'uomo nuovo è spiritoso, o crede di esserlo.
L'uomo nuovo ha un passato nello spettacolo, e lo racconta volentieri.
L'uomo nuovo non è di sinistra e non è di destra.
L'uomo nuovo probabilmente non ha idea di cosa siano, destra e sinistra.
Per l'uomo nuovo esiste solo il potere e il suo esercizio.
Per questo all'uomo nuovo non interessano le istituzioni.
L'uomo nuovo tratta direttamente e personalmente coi potenti.
Lo fa in occasioni private, a cena o in vacanza.
L'uomo nuovo non ha problemi a contraddirsi, la coerenza non lo interessa.
Tanto sa che esiste solo quello che passa in televisione.
E la televisione ha la memoria corta.
L'uomo nuovo di oggi vorrebbe sostituire l'uomo nuovo di ieri.
E io, per qualche motivo, continuo a non vedere la differenza.

giovedì 12 maggio 2011

Pornocrazia


Riflettevo stamani sotto la doccia sulla situazione paradossale in cui viviamo oggi in Italia. La sinistra è accusata di non esistere in quanto si occupa solo di B. Ed io mi chiedo, esiste altro, oggi, in Italia, che non sia B? Il potere economico è in mano a lui e alla sua cricca, occuparsi di banche assicurazioni appalti edilizia e di qualsiasi altra cosa, è occuparsi di B. Ma anche il potere politico è in mano a B, e quindi parlando di politica ci si trova ad occuparsene. Allo stesso modo B è, per il suo comportamento, al centro dell'interesse della magistratura, quindi qualsiasi dibattito sul potere giudiziario non può che coinvolgere B. Ovvio poi che parlando del potere mediatico si parli di B, che ne è il paradigma vivente. E mi chiedevo, è possibile, oggi in Italia, permettersi di prescindere da B? E' ancora possibile vivere, in Italia, senza sfiorarlo né esserne sfiorati? Ignorarlo, far finta che non esista, pensare ad altro, parlare d'altro? Esiste ancora, altro, in questo paese? O non è invece che il corpo di B, nutrito dai suoi interessi in conflitto, dal suo potere, dalla sua carica eversiva, è ormai cresciuto al punto da occupare tutto il paese, ad essere anzi divenuto IL paese, e noi oggi lo abitiamo come suoi anticorpi o suoi batteri, globuli rossi che lo nutrono o metastasi che tentano il colpaccio, comunque incapaci di un altrove? Non sono simili, l'uomo ed il paese? Vecchio, ladro, maschilista, retrogrado, ignorante, falso, furbetto, omofobo, ipocrita, pornografo, sessuomane, fascista? Un paese in cui le donne possono essere solo oggetti, veline, sexy poliziotte, sexy infermiere oppure madri di, mogli di, figlie di, amanti di. Mai donne senza aggettivi o stampelle. Girello in rete e trovo un interessante articolo sulla pornografia, e trovo che sia estremamente attuale, che descriva esattamente quello che, come paese, ci è accaduto e ci sta accadendo. Un passaggio, soprattutto, mi sembra doveroso citare: 

"Svuotando di carica libidica ambiente, lavoro e ogni altro elemento che non sia il sesso si opera in favore del controllo dello status quo e in tal senso il porno può essere visto come ulteriore e più funzionale evoluzione della cosiddetta rivoluzione sessuale di fine anni sessanta.
De-erotizzando tutto il resto delle esperienze umane e concentrando la libido in un unico "luogo" se ne favorisce controllo, imbrigliamento, normalizzazione e sfruttamento dell’aggressività a essa collegata per fini altri, solitamente politici.

Svanisce man mano il concetto di piacere libidico collegato ad altre attività che non siano quelle prettamente sessuali. Di più, eventuali discorsi di questo tipo, se non direttamente collegati all’atto sessuale vengono visti e catalogati come a-normali.
È una grandissima vittoria del potere, ancor più grande in quanto ottenuta senza leggi esplicite o divieti bensì con la convinta collaborazione dei suoi schiavi che concorrono alla definizione di un linguaggio e quindi di una realtà che mai è stata così ristretta per quanto riguarda la libido (e per in generale qualsiasi aspetto, ma è discorso che ci porterebbe fuori argomento).

Se la libido è stata ridotta a solo sesso dalla società industriale, ora il sesso viene ridotto a solo porno dal capitalismo avanzato e le opposizioni, con una strategia classica, vengono inglobate e neutralizzate."

Invertire questa tendenza significherebbe quindi restituire carica libidica al lavoro, all'ambiente ed ai rapporti umani e, in definitiva, aumentare il grado di felicità di tutti. Se dovrà essere a scapito di B e del modello culturale ed economico che rappresenta, pazienza.

domenica 1 maggio 2011

Primo Maggio


Il primo maggio è la festa dei lavoratori, e siccome in questo mese son nato anche io il primo maggio per me è sempre stato una festa e insieme una vigilia, una anticipazione del compleanno e insieme di tutte le cose belle che si sarebbe portata appresso l'estate che stava arrivando. I picnic, le ragazze con le braccia nude e le gambe scoperte, il primo cocomero su via XX settembre, la vaga promessa che quello sarebbe stato l'anno migliore di sempre. Una cosa vitale, colorata, arrossata e col fiatone per il caldo e la corsa. E allora  fanculo a questi necrofili del cazzo adoratori di zombies, fate più schifo delle sfogliatelle a castagna.

martedì 26 aprile 2011

Ronzii

MANGIATE MERDA!!!
80 miliardi di mosche non possono sbagliare!





E' una vecchissima battuta, ma pare che al giorno d'oggi anche questi siano argomenti.
Pazienza.

domenica 24 aprile 2011

Fili

Provo a seguire il filo del discorso ancora un po', adesso che siamo arrivati a parlare della felicità. E mi chiedo, il nostro modello sociale facilita o impedisce la felicità? Si è felici quando si è appagati, quando siamo in grado di realizzare i nostri desideri. Desidero una casa, riesco a costruirla dove e come volevo, sono legittimamente felice. La società capitalista rende l'uomo infelice, perché l'infelicità è condizione del consumismo. L'uomo non ha rapporto col risultato del proprio lavoro, ed i suoi desideri sono artificialmente portati, attraverso la pubblicità, verso sogni irrealizzabili. Il desiderio sessuale viene dirottato verso un modello di donna, o di uomo, inesistente, artificiale, mostruoso. La bellezza che campeggia nei poster è il risultato di ore di ritocco fotografico, di alterazioni delle proporzioni. Gambe e collo che si allungano in proporzioni preadolescenziali, gli occhi si fanno enormi come in un cucciolo, le labbra sproporzionate richiamano una sessualità matura in un corpo artificialmente reso acerbo. Alieni. E mi viene da pensare che questo immaginario erotico abbia anche a che fare con la pedofilia, che sarà pur vero che è sempre esistita ma non mi pare in questa misura. Se a diciotto anni il mio desiderio sono quattro ruote coperte per andare al mare con gli amici e mi compro una 126, sono felice. Ma se il mio desiderio è una ferrari o una porsche, perché la pubblicità mi ha convinto che con quegli oggetti la mia vita sarà completa, e senza sono solo un poveraccio, sono destinato all'infelicità. Tempo fa leggevo su una rivista che la Porsche Cayman S fallisce il suo obiettivo perché, pur essendo una bellissima automobile che costa quello che un operaio guadagna in sei anni, testimonia il fatto che la propria vita è stata di successo, ma non tanto quanto avremmo voluto, perché altrimenti ci saremmo potuti permettere la più costosa 911. In pratica un'auto che dà a chi la possiede, ed ha speso bei soldi per averla, la patente dello sfigato, del vorrei ma non posso. Nel modello capitalista, nessuno può essere felice, altrimenti il giochino crolla. Berlusconi è un infelice che paga tutti coloro coi quali è in contatto, nella certezza interiore che nessuno gli si accosterebbe gratis. Pare fosse stata Coco Chanel a dire "non si può mai essere troppo ricchi né troppo magri", e a me sembra che questa frase sia un buon punto di partenza per l'infelicità. Un mondo di anoressiche pronte a tutto per comprare cose di cui non hanno bisogno e a cui delegano una felicità irraggiungibile. Un mondo di uomini che delegano agli oggetti una identità che non hanno, e al potere economico una vitalità inesistente, una assenza di fantasia. Il capitale ormai è tanto forte e accentrato che non ha più bisogno nemmeno della religione per svolgere quella funzione di controllo sociale che tutti gli spiritualismi hanno sempre portato a chi detiene il potere. Infatti tutte le religioni predicano una felicità in un mondo diverso da questo, ed esortano alla rinuncia, al distacco, al porgere l'altra guancia. E a chi ti schiaffeggia la cosa va benissimo così. Gesù un rivoluzionario? Ma non scherziamo. Oggi il capitale svolge la funzione della religione e, a chi rinuncia a realizzare autonomamente la propria vita, offre una via d'uscita, un miracolo in cui il deus ex machina non è più la divinità ma il gratta e vinci, il win for life, la lotteria, la grazia catodica del grande fratello. Occorre un pensiero nuovo che metta l'uomo l'essere umano al centro, che restituisca alle persone la capacità di essere felici, e quindi la possibilità di realizzare la propria felicità. 

sabato 23 aprile 2011

Non è nemmeno il volo di un moscone.


Torno sui miei passi, annuso, guardo le parole. Cos'è che volevo scrivere? Ho una idea in testa, ma mi accorgo di aver detto tanto, forse troppo, senza struttura, e che quello che per me era il nucleo del discorso si è perso nel mezzo, senza un seguito. Libertà è essere sani e felici. E credo occorre un po' di spiegazione, specie sull'ultima parte , che la felicità è spesso considerata un accessorio, una cosa che ci può essere o non essere nella vita, tanto non succede niente, non è mica indispensabile, essere infelici non impedisce di crescere, vivere, andare a lavorare. E invece secondo me è l'unica cosa importante, l'unica domanda da farsi e fare di continuo. Sei felice? Lo sei? Lo sono? Occorre essere sani, perché la malattia, in particolare la malattia del pensiero, è una gabbia, una limitazione. Felici, perché anche l'infelicità è una gabbia. Ma le gabbie non sono un destino ineluttabile, non sono ermetiche. Malattia e infelicità sono più simili a nasse, quelle ceste che usano i pescatori, calandole su fondo. I pesci entrano facilmente, ma poi non sanno più trovare l'uscita, che c'è, esiste, è sempre stata lì, ma per vederla occorre uno scatto, un pensiero diverso che la renda visibile. Come al luna park, nel labirinto di specchi, che restavi a girare finché qualcosa nella testa scattava e vedevi l'uscita, chiarissima, al punto da chiederti come avessi fatto a non vederla prima.

venerdì 22 aprile 2011

Libertà non è star sopra un albero


I post si intrecciano, i commenti si allungano e leggendo leggendo mi viene una riflessione sulla malattia e sul suo opposto, la salute. Su un sito che trovo rimbalzando leggo un articolo interessante, che spiega bene i meccanismi con cui le multinazionali farmaceutiche, ormai, non si limitano più a vendere i loro prodotti chimici per curare patologie per le quali non hanno nessuna efficacia dimostrata, ma che ormai si inventano direttamente le malattie, così poi possono inventarsi anche la cura. Il terreno più fertile è ovviamente la malattia mentale, perché pare che nessuno, o forse sarebbe più esatto dire quasi nessuno, è mai riuscito a tirare una linea che delimitasse cosa è malattia mentale e cosa non lo è. Ma senza una linea che segni il confine tra sanità e malattia, svanisce anche la possibilità di una cura. Con il corpo è facile, ti infili il termometro, conti il tempo, poi lo estrai e leggi sul vetro la temperatura. Vedi? Il 37 è in rosso. 36 e nove ed è solo un'alterazione, stai bene, vai a scuola, 37 e uno e stai a casa. Facile. Con la psiche non è così semplice. Tra una madre sana che fa un figlio sano ed una madre anaffettiva che fa il figlio schizofrenico il comportamento esteriore può benissimo essere indistinguibile. Il pazzo che stermina la famiglia perché sente le voci è spesso, quasi per definizione, una persona normalissima il cui gesto lascia basiti vicini e conoscenti, perché se tu sei matto e parli coi folletti nel privato di casa tua, quello non è un disagio che coinvolge la società, e quindi non esiste, non finisce nei prontuari. Poi magari quello stesso che parla coi folletti dopo qualche anno fa una strage, ma la cosa era imprevedibile, non aveva dato segnali. E tu diresti ma come no, parlava coi folletti!! Ma quella è libertà. Libertà di essere malati, malattia come identità. Un uomo che vorrebbe scopare un manichino, a me tanto sano non sembra, però se lo fa nel privato di casa sua è libertà, e anzi c'è chi si mette a produrre i manichini più veri del vero e così tutti sono felici. Certo, quello è uno che si tiene una bambola di donna a grandezza naturale nell'armadio, la veste, gli fa il bagno e se la porta a letto, però è normale, magari ci lavori insieme per anni e nemmeno lo sai. Molti anni fa in un sexy shop in cui ero andato a comprare del materiale per una foto (lo so, sembra una scusa ma non lo è), mi hanno offerto una testa vibrante. E quindi so che esistono persone che magari tornano a casa la sera con una testa vibrante sottobraccio Qualsiasi cosa sia. Libertà è un concetto difficile, mica vuol dire che uno può fare tutto, che tanto è tutto uguale. Questo è quello che intendono in America, però si riferiscono al mercato e non all'uomo. Che è giusto poter inseguire la propria felicità, ma se questa consiste nel fare a pezzi la gente forse una domanda bisogna porsela a prescindere dal fatto che uno poi le sue fantasie le realizzi o meno. Forse nemmeno è vero che Libertà è partecipazione, come cantava Gaber. Mi verrebbe da dire che uno è libero se è sano e felice. E penso, un matto è libero di non esserlo più? No. Perché la malattia è la sua gabbia, la possibilità che esclude tutte le altre. Un matto forse si può curare, ma serve una azione esterna, quindi forse la malattia mentale è un sistema chiuso, che non contiene al suo interno l'energia sufficiente ad uscirne. Leggo, che non contiene più la capacità di immaginazione, la fantasia necessaria a diventare altro. Il fatto è che il morbillo si vede, ti vengono i puntini rossi, la malattia mentale no. Questo per le case farmaceutiche è una manna, perché se io ti dico che tuo figlio non va bene a scuola perché non gli dedichi tempo e attenzione e affetto, perché lo lasci otto ore di fila a rincoglionirsi davanti alla televisione e per cena gli molli un pacchetto di patatine, ti metto in discussione, ti rompo i coglioni. Ma se invece ti dico che tuo figlio ha un deficit dell'attenzione, una sindrome da iperattività e che col Ritalin gli passa, tu a dargli il Ritalin non solo non hai dovuto muovere un dito né cambiare una virgola della tua vita, ma fai anche la figura del genitore premuroso che compra le medicine al suo bambino speciale. Se poi dopo qualche anno il Ritalin si scopre che fa male o che, come per l'80% degli antidepressivi, non ha nessuna valenza terapeutica, che ci vuole? Nulla: basta cambiare idea, il deficit di attenzione non esiste più, ci si  inventa il disturbo bipolare, che nessuno sa cosa sia, lo si scrive nel DSM e si decide che quello che prima era una cosa, adesso è un'altra. Come si descrive una malattia nel DSM? Da quel poco che capisco, come se fosse un'oroscopo, in modo tanto generico da farci rientrare di tutto. Sei una persona sensibile ma a volte la tua sensibilità è un limite e non riesci a comunicare con gli altri! Venere in pesci? No, ansia sociale. Sei pieno di vita e di energia, ma ci sono momenti in cui non avresti voglia nemmeno di uscire di casa! Mercurio in leone? No, disturbo bipolare. E via così. Che se uno se lo legge di fila scopre che ce le ha tutte, le malattie. Anche la Bilharziosi che è una rogna di quelle vere. Secondo me le case farmaceutiche pagano le celebrità per dichiarare che hanno una certa malattia, perché così diventa di moda. Michael Douglas è stato in una clinica per Sex Addicted, ma esiste una cosa così? E poi, dopo che c'è stato lui, ma che non vuoi andarci anche tu, a far vedere a tutti che trombi così tanto che è diventato un problema serio? Ora la moglie ha dichiarato che si sta curando per un disturbo bipolare e subito tutti a fare a gara e a dire anche io anche io. Che se ho gli sbalzi di umore perché il direttore di banca mi telefona per rientrare del fido è una cosa, se soffro della stessa malattia che ha anche Catherine Zeta Jones, è tutta un'altra. 

lunedì 7 febbraio 2011

Guru Meditation


Ognuno di noi ha i propri paletti, maginot invisibili che segnano un limite oltre il quale non consentiamo l'accesso a nessuno. Chi sconfina incontra il rifiuto, che anche quando è violento, come uno starnuto, è sempre una reazione di difesa. Il limite ci definisce, quindi chi ne è privo è indefinito, nebbioso, assente a sé stesso. Un pensiero radicato a fondo dalla religione e da madri desiderose di avere figli obbedienti e che non facciano fare brutte figure, è che occorra "essere buoni". Che si debba ossia accettare e sopportare ciò che gli altri ci impongono fintantoché le regole sociali dell'apparenza non siano soddisfatte e divenga quindi lecita una reazione. Purtroppo però, la società si occupa della realtà materiale: dei beni, delle proprietà, della integrità corporea. E' quindi socialmente inaccettabile il furto, il pugno, il graffio alla macchina, ma poiché la società non teorizza l'esistenza di una realtà umana non materiale, non la conosce e di conseguenza non se ne occupa. Di fronte a chi si ribella alla violenza non materiale del prete che pretende di importi la sua verità e reagisce col vaffanculo rabbioso, la mamma vede solo una maleducazione da estirpare, spesso ahimé riuscendoci. In questa falsa idea di bontà l'affermazione di sé, la capacità di erigere steccati a difesa dell'identità, viene spesso dimenticata. Per quanto mi riguarda, uno dei pochi paletti che sicuramente ho piantato riguarda il rapporto maestro/allievo. Base di questo paletto è che non esistono Guru, non esistono autorità se non quelle che ognuno riconosce momento per momento, tutti gli individui nascono e muoiono uguali. Ovviamente ci sono al mondo milioni se non miliardi di persone che ne sanno più di noi su qualche argomento, e l'apprendimento nasce appunto dal confronto con l'altro da sé, che è il motivo per cui stare al mondo. Ma questo non muove il paletto: se decido di fare immersioni, ad esempio, mi rivolgerò a chi ha più esperienza di me, perché mi spieghi come fare, limitatamente a quel momento e a quella specifica domanda. Ogni singola domanda apre un rapporto maestro allievo, ogni singola risposta lo esaurisce. Al termine delle domande, i rapporti tornano ad essere quelli di prima, e si andrà ad immergersi insieme, arricchendo ognuno la propria esperienza insieme a quella dell'altro. Spesso, nella realtà, non è così che funziona: essere investiti di una autorità è estremamente gratificante per il proprio ego, e i più continueranno a cercare questa gratificazione, tentando di mantenere in piedi quel particolare rapporto oltre il suo termine naturale. Se siamo due amici che fanno immersioni, il rapporto è quello, si va in mare, si fa esperienza, ci si confronta. Di fronte alla bravura dell'altro c'è ammirazione, di fronte ad una domanda c'è collaborazione. Se siamo in tre, il rapporto già cambia, non è più equilibrato. Se siamo cinque, c'è uno che fa il piano di immersione e gli altri collaborano. Se siamo in venti o più c'è un maestro, un vice, una elite e una base, ci sono lezioni e cene, e chi insegna ad immergersi mantiene la sua autorità anche quando siamo sulla terraferma e si parla della raccolta delle olive. E alla fine, in mare, nessuno va più. Roba da mentecatti, facile da riconoscere e facile da rifuggire. Ma esistono violenze più sottili. Una risposta a una domanda inespressa, un suggerimento non richiesto, sono di per sé una prevaricazione, un voler stabilire delle gerarchie. Peggio ancora l'approvazione, la condiscendenza di chi non si confronta con l'altro, né lo ammira, ma elargisce benevolenti sorrisi dall'alto della sua posizione. L'esortazione di chi di fronte ad un successo incita con un "vedrai più avanti" e mette così al centro se stesso, sottolinea il proprio vantaggio e sminuisce i passi compiuti dall'altro. L'incoraggiamento di chi ti dice che sei sulla buona strada, il paternalismo di chi esordisce pretendendo di spiegarti il mondo, esigono un vaffanculo che non può restare inespresso. Da maestro deriva ammaestrare, ma si ammaestrano le bestie da circo, con la frusta e lo zuccherino. Preferisco essere un ciuco e prendere a calci chi si azzarda a presentarmi le briglie.

domenica 30 gennaio 2011

Senza rimpianti


Guardo il telefono e non ci credo. "Ehilà, ciao Ange!", dice la voce. Nessuno mi chiama più Angelo, da quasi quindici anni. Basta il tono, uno scherzo familiare e d'improvviso eccomi a Passatoland, che non è un luogo in cui nessuno ha inventato la parola "vellutata", nobilitando così legioni di verdure e legumi, ma una dimensione parallela, in cui le cose sono esattamente come le ricordavi. Convenevoli: uno scambio ozioso cui rispondo glissando sui particolari, sospettoso. Poi la domanda: mi ricordo mica il giorno esatto in cui è morto mio padre? No, non l'atmosfera (una bella giornata di sole), né cosa stavo facendo (leggevo un fumetto in camera mia, Shang Ki maestro di Kung Fu), o cosa ho provato in quel momento (il nulla), ma proprio la data esatta. Può esserci un perché ad una richiesta così, mi chiedo? Può. Vuole fare l'oroscopo alla data in cui è morto mio padre. Verificare dove la luce partita milioni di anni prima da gruppi di stelle, che nel frattempo hanno continuato a muoversi e forse oggi non esistono nemmeno più, fosse puntata in quel giorno rispetto a delle costellazioni che, per effetto della precessione degli equinozi, non sono per niente dove pensiamo che siano, e che effetto possa casomai avere avuto tutto questo sul suicidio di un uomo che, in effetti, non ha mai conosciuto. Per questo, mi chiama, e se esiste una definizione migliore di follia, non la conosco. Dovrebbe essere questa, la prima sorpresa, ma la prima sorpresa è che no, effettivamente non me lo ricordo. Mi ricordo il mese e l'anno, ovviamente, e fino a qualche tempo fa avrei saputo dire anche il giorno. Oggi mi confondo, devo pensarci, estrapolare. E' normale ormai son passati vent'anni, dice. No, ne sono passati quasi trenta, rispondo, e dietro il respiro, nel riverbero della voce indovino la stessa routine di sempre, la stessa camera, le sigarette tirate fuori dai due pacchetti di camel ed ogni giorno infilate nel barattolo tondo di latta, rituale inutile, inutilmente perpetuato. E sotto il barattolo lo stesso tavolino, il divano, i mobili di sempre. A Passatoland non si muove un foglia, e per un'attimo penso che il tempo scorre per noi in maniera diversa. Ma non è il tempo. E' il movimento. C'è chi vive come un colibrì, chi come un quarzo. Assenza totale di movimento, terrore profondo che impedisce qualunque cambiamento, qualsiasi trasformazione. Quanto tempo, dice. Già. A Passatoland è tutto come prima. Io nel frattempo mi sono innamorato, disinnamorato, innamorato di nuovo, ho avuto figli, cambiato lavori, case, macchine, assecondato passioni, visto luoghi improbabili, accarezzato sogni, preso inaspettati morsi e altrettanto inaspettate carezze, fatto male, seppellito amici, mi son ritagliato vacanze improvvise, scampoli di gioia, nottate di angoscia, rifugi morbidi, incontrato occhi bellissimi e provato a tenere aperti i miei. Quanto tempo è passato, da quando mi sono salvato la vita? Dieci anni, dice. Senza rimpianti. Nemmeno uno.