mercoledì 24 maggio 2017

L'eroica lotta contro la realtà



Alcuni fatti che possono aiutare a formarsi una opinione sulla recente legge sui vaccini.

Fatto n° 1.

Non esiste nessuna correlazione tra vaccini e autismo.
Lo studio che teorizzava questa relazione è stato falsificato dal medico che lo ha condotto e che ha preso una tangente da una società di produzione cinematografica per "pompare" un film antivaccinista e trovare uno straccio di supporto scientifico alle puttanate che si sostenevano nel film stesso. C'è stato un processo, ci sono gli atti, il medico è stato condannato e radiato dall'ordine, lo studio è stato analizzato, la frode rilevata, i metodi di calcolo statistici usati ed i motivi per cui sono falsificati, spiegati. Mi sono letto i documenti e non c'è alcuna evidenza di errore logico o di falsificazione, quindi si tratta di un fatto e per sostenere il contrario occorre entrare nel campo della fede o della ideologia, che non è il mio.

Fatto n° 2.

I vaccini funzionano.
Il vaiolo, che esiste oggi solo come campione in due laboratori al mondo, può testimoniarlo. Esistono ceppi virali estremamente variabili (quella che chiamiamo influenza comprende ceppi virali diversissimi tra loro) e in casi come questo è vero che la vaccinazione che garantisce una risposta immunitaria corretta per il virus A non la garantisce per il Virus B, motivo per cui a volte alcuni vaccini si rivelano inutili, ma l'incidenza statistica della poliomelite e di altre malattie infettive nel mondo non è falsificabile e quindi parliamo, anche in questo caso, di un fatto.

Fatto n° 3.

La medicina è una scienza.
E come tale è in continua evoluzione. Ad esempio oggi, che sappiamo che il virus HPV è causa primaria di alcuni tipi di tumore uterino, si pensa ad una campagna di vaccinazione per un virus per molti anni ignorato. Allo stesso modo, oggi siamo in grado di produrre vaccini anche contro virus che prima sottovalutavamo, come il morbillo. La percentuale di persone che muoiono di morbillo può essere bassa, ma è comunque molto più alta della percentuale di persone che possono morire per il vaccino. Come sempre, occorre non guardare il caso singolo ma il rapporto rischio/beneficio.

Fatto n° 4.

L'immunità di gruppo esiste.
È stata teorizzata e quindi verificata: un virus ha minore capacità di diffusione all'interno di una comunità prevalentemente vaccinata. È un calcolo statistico talmente semplice che potete farlo anche da soli. Questo non significa AFFATTO che potete fare a meno di vaccinarvi, significa che se siete tra i pochi che per motivi medici non possono vaccinarsi, avete meno probabilità di morire se vivete all'interno di una società in cui la maggior parte dei vostri amici è vaccinata e quindi non si ammala (e non vi contagia).

Fatto n° 5.

Shit happens.
Le disgrazie succedono: statisticamente esiste una certa possibilità che moriate di shock anafilattico la prossima volta che il dentista vi anestetizza. Potreste scegliere di farvi curare i denti senza anestesia, per non rischiare, ma in genere nessuno lo fa, per una ottima ragione: se vi mettete a pensare a tutto quello che può capitarvi, dovreste restarvene semplicemente a letto. Montare in automobile, statisticamente, è un mezzo suicidio. Anche i vaccini contengono sostanze potenzialmente allergeniche e, se non lo sapete prima, rischiate di morire. Ma rispetto a quanto rischiate ogni volta che montate in automobile è un rischio minimo. No, non consola i genitori di chi muore, o si ammala. Ma il fatto che una percentuale di rischio esista non significa nulla se non lo si commisura alla percentuale di rischio nel NON vaccinarsi, che è molto maggiore.

Fatto n° 6.

Questa legge è brutta.
La legge che è stata promulgata a me non piace, per molti motivi. Non mi piace che si tenti di imporre il buonsenso, preferirei una azione educativa. Non mi piace che le sanzioni amministrative siano espresse in modo diverso da una percentuale sul patrimonio, perché altrimenti rendono la legge classista. Non mi piace perché non era necessaria (le statistiche sui tassi di vaccinazione europei, pur preoccupanti, non lo sono al punto da giustificare una legge del genere). Non mi piace perché serve unicamente a compattare il PD in chiave anti grillina (in quanto si sa che la percentuale di complottisti/antivaccinisti/sciichimicari/gentechecredeallesirene è preoccupantemente alta nelle file dei sostenitori del M5S e radicalizzare lo scontro in pro o contro la realtà fa solo il gioco di Renzi.
Quindi no, non mi piace questa legge, ma sono assolutamente convinto che vaccinare i propri figli sia una decisione di buonsenso. E no, non vorrei che foste obbligati a farlo, ma posso permettermi di pensarlo perché nessuno dei miei cari soffre di allergie che ne impediscano la vaccinazione. 

Ma se così non fosse, se io o uno dei miei cari non potesse vaccinarsi per una condizione medica, sì, vorrei proprio che foste obbligati.

Se non dal buonsenso dalla legge, perché EGOISTICAMENTE non vorrei davvero ammalarmi e morire perché voi avete esercitato il vostro diritto a diventare veicoli di contagio.

martedì 29 novembre 2016

Memorie del nosocomio


Un anno fa, mi rammenta facebook. Un anno da ora, un anno da qui. Un altro mondo. In dodici mesi può accadere, ho scoperto non senza enorme meraviglia. I nodi allo stomaco, le budella ingarbugliate, compagne di mesi e mesi, scomparse. I pensieri fissi, scordati. Finite le palpitazioni, le febbri, le pasticche, le corse al pronto soccorso o dal cardiologo a cercare, nel corpo, le cause di un malessere che col corpo non aveva a che fare. Finito il sentirsi, ancora e ancora, sbagliati, fuori posto, non abbastanza. Finito anche il sentirsi troppo, in eccesso, come un gigante costretto a dormire coi piedi fuori dal letto. In dodici mesi la terra compie una rivoluzione intorno al sole e rivoluzioni ancora più grandi possono accadere dentro di noi, se ce ne concediamo l'opportunità. 

Scrivo poco, qui, adesso. Non perché il viaggio sia finito, tutt'altro, ma perché questo diario, che è il diario di una ricerca, ha ottenuto il suo scopo e non c'è più motivo di analizzare, qui, quello che accade altrove. Il viaggio continua, ma è un viaggio privato.
Io sto bene.

domenica 17 aprile 2016

Sorprese

Entro, mi guardo intorno e leggo una data: 19 Luglio 2014. Sono quasi due anni che non scrivo qui. Vado con la memoria al tempo trascorso, alle azioni svolte e al pensiero che le animava e mi dico che sì, è esatto. In questo tempo non ho avuto nulla da aggiungere a questo percorso perché questo non è un diario o, se lo è, è un diario che parla di rapporto e, per appoggiare le dita sulla tastiera, occorre che accada qualcosa che muove il pensiero e che suona con una parola: trasformazione. Così, accade che guidando verso sera in direzione di una cena improvvisa si presenti una immagine di gite domenicali e automobili stipate, di un pianificare concreto che è diverso in tutto dal sogno a occhi aperti, di un desiderio senza bramosia. E di una parola, famiglia, che non fa paura, e suona dolce. Ho sognato un cane bianco, tozzo, massiccio, dal muso stondato, di nome Aldo. "Il cane significa fiducia", mi dicono, e penso che forse sì, e la memoria va a un diverso cane bianco, sognato ma non da me, e a una famiglia, la famiglia che mi sono scelto, che presto sarà qui, riunita, per un abbraccio che è anche una presentazione. Su un divano azzurro un pensiero nuovo mi coglie alla sprovvista, sul tavolo accanto un puzzle mi ricorda che, forse, la felicità è questo trovarsi senza essersi cercati, questo incastrarsi privo di tensione, questa naturalezza che accompagna ogni novità. E per oggi basta questo.

sabato 19 luglio 2014

Respirare



... il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. 

Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio, sempre. 

Il viaggiatore ritorna subito.

(Josè Saramago, Viaggio in Portogallo)

Nel frattempo, respiro piano, cercando di mantenere la speranza/certezza che ci tiene qui.

mercoledì 21 maggio 2014

Parole e pensiero


Le parole sono importanti, ne esistono molte simili che esprimono concetti apparentemente identici e scegliere l'una o l'altra spesso ha poco a che fare con la razionalità e ci dice qualcosa di noi stessi.

Così, parlando di rapporti, può capitare di dire che un rapporto ci lega a qualcuno, una parola esatta, che parla di catene, di ruoli, di obblighi reciproci. 

Oppure, potremmo dire che un rapporto ci unisce, una parola diversa che non implica obblighi reciproci, ma parla di una scelta che si compie ogni giorno, liberamente e che, per questo motivo, ogni volta andrebbe celebrata, perché libera e, per questo, niente affatto scontata.

Anche gli animali, come le persone, possono avvicinarsi a noi per motivi diversi, il più comune dei quali è il tornaconto, do ut des, io ti aiuto in questo, tu mi garantisci un pasto, o la sicurezza, o un posto accanto al fuoco.

Assai più raro che un animale selvatico ci si avvicini, liberamente, per una scelta irrazionale: forse lo abbiamo incuriosito, forse è il nostro odore, forse semplicemente ha deciso che gli piacciamo ed ecco, la volpe dalla coda vaporosa o il daino si avvicinano e dividiamo con loro del tempo. 

Nessuno può dire quanto, ma finché accade restiamo immobili, quasi senza sbattere gli occhi per la paura di perderci, così, anche un solo istante della meraviglia che si sta consumando, ogni nostro gesto è colmo di consapevolezza e sappiamo essere solo qui, e ora.

Così è l'amore, forse.

martedì 8 aprile 2014

Di fili rossi, spazi e ingombri



Ci sono cose che esistono, mi dico cercando di tirare un filo nuovo.
 
Il nostro corpo, muovendosi nello spazio, anche ad occhi chiusi, incontra la resistenza dell'aria, il piede calca il pavimento, la mano sfiora il muro, lo stinco incoccia il comodino, ed ecco perché muoversi ad occhi chiusi non è mai una buona idea. 

In ogni caso, le cose esistono ed occupano uno spazio e quando il corpo si muove, le incontra secondo le leggi della relatività generale. 

Anche le persone occupano uno spazio, il nostro stinco ce ne dà un esempio, ma quello fisico non è l'unico spazio che le persone occupano, anche il pensiero delle persone, la loro volontà occupano uno spazio ed infatti, di certe persone, diciamo che sono più ingombranti di altre, al punto tale da schiacciare gli altri col loro ego ipertrofico e costringere chi le conosce a far loro spazio. 

A volte queste persone sono inconsapevoli della propria mole e tanto indifferenti agli altri da non curarsi minimamente di chi resta schiacciato sotto il loro peso. Altre invece usano la loro massa con sadica determinazione, eliminando chiunque esista per uno scopo diverso dal dare loro attenzione e riverire il loro ego mostruoso. 

Ripenso a un me stesso dodicenne, sugli scalini di una chiesa di Bahia in un viaggio d'inferno, una ragazza dalla pelle scura e dagli occhi enormi mi lega al polso un nastro azzurro, il colore di Yemanja, e mentre stringe i tre nodi mi chiede di pensare a quello che voglio dalla vita, con forza. 

E la risposta è immediata: vivere senza disturbare nessuno. 

La risposta arriva accompagnata da una immagine, una torre piena di libri, l'idea che un dodicenne può avere di un composto e confortevole eremitaggio e, allora come allora, sembra avere perfettamente senso. 

Oggi so che quella è la risposta di un bambino costretto a confrontarsi con una persona ingombrante, annullante, violenta. Una persona a cui non si può sottrarre e a cui non ha la forza di opporre un rifiuto, un padre così enorme, gigantesco che l'unica salvezza è nel farsi piccoli e silenziosi, occupando meno spazio possibile e, per il futuro, la speranza che ci si concede è quella di non fare mai lo stesso ad altri, piuttosto la solitudine, il composto eremitaggio in compagnia dei libri. 

Non darsi importanza come contrappasso a chi l'importanza se l'è presa tutta, sempre. 

La soluzione sarebbe un rifiuto, un bel vaffanculo, uno spillo che buchi il pallone gonfiato, una personale Maginot da cui non retrocedere, per quanto stupida sia. No pasaran eccetera eccetera.

Ci sono un sacco di occasioni in cui il rifiuto ti salva la vita: di fronte alla stilettata dell'invidioso, ad esempio, che tenta di sminuire le tue realizzazioni, incapace di accettare i tuoi successi di fronte ai suoi peraltro evidenti fallimenti, occorre una risposta rapida, un vaffanculo leggero come una risata: Ah dici che potevo fare meglio? Mah, intanto io l'ho fatto e te no, ahahahahah. Tié, crepa. 
E la vitalità resta intatta.

Ma se la persona è davvero violenta, può strappare il rifiuto dalle mani, con un atto senza ritorno.

Seguo il filo, e penso alle mille volte in cui mi sono trovato a rimandare ciò che avrei voluto fare, di fronte alle richieste più disparate. 
Vieni al cinema?  Sì. Mi dai una mano a fare il trasloco? Sì. Vieni stasera a giocare a Risiko? Sì. Al concerto dei Pruffnir Skembolz? Sì.
 
Sempre sì, solo sì, che mi vada o no non conta, spesso accumulando impegni su impegni per non scontentare nessuno, prima il trasloco poi di corsa a giocare a Risiko e infine al concerto, incapace di dire no, incapace di deludere chi mi onora della sua amicizia, per quanto interessata.
 
E quando un amico mi chiede divertito, ma tu quando è che vieni per primo? Abbasso un poco la testa, sentendomi in colpa. 

Me lo ripete spesso, scrollando la testa: occupi uno spazio, se sali sull'autobus paghi il biglietto, esisti, quindi quando è che vieni tu per primo, cosa è che per te è più importante degli altri?
Ma io la risposta, allora, non ce l'ho.

Perché col tempo uno si abitua alle scelte altrui al punto da sentirle come proprie, se una cosa vada o non vada nemmeno lo sa più, si abitua non a scegliere ma ad essere scelto, a seguire gli altri nelle loro iniziative, persino divertendosi, o credendo di farlo. 

Anche perché, allora, una alternativa alle scelte degli altri, io, non so darla e una cosa che voglio io, per me solo, non so cosa sia. 

So essere solo per gli altri, mi dico. E quando gli altri non ci sono, allora non sono.

Ricordo il vuoto delle ferie, tutti occupati, tutti autonomi e io da solo. 
Perso, senza sapere cosa fare perché non c'è nessuno per cui, o contro cui, farlo. 
Non ci sono io.

Poi, pochi anni fa, una persona speciale mi sorride un poco delusa, raccontandomi di un uomo della sua vita che, al tempo in cui erano amanti, nemmeno le apriva la porta se non avevano fissato un appuntamento, perché aveva da fare le sue cose. E mi spiega che se non sono capace di essere solo per me, non posso nemmeno mai essere davvero con lei e che, se non imparo a scegliere me, non posso scegliere nessuno. E ricordo lo smarrimento e la rabbia di allora, pensando ma come, sto stronzo nemmeno ti apriva e io mi faccio in quattro ci son sempre e non va bene? 

No, non andava bene, oggi lo so.
E non va bene scomparire.
Non si può rendersi indispensabili, nessuno lo è.
Non va bene essere solo per.

Perché anche se ci son mostri ciechi ed enormi pronti a schiacciarti nel loro caracollare, ci sono anche persone belle e  e si ha voglia di abbracciarle e stringerle, e per questo occorre esserci, ed occupare uno spazio.

Non si è per, si è per essere in rapporto con.

La prima cosa nella vita che ho fatto solo per me, gratis, senza piacere o dispiacere a nessuno, è stata andare al giardino dei semplici, una mattina di quasi primavera di non molti anni fa, tanto che la trovate qui, a riprova del fatto che si nasce ad ogni età, continuamente.

E a questo ramo annodo il filo, prima di chiudere gli occhi.

martedì 8 ottobre 2013

Parole e silenzi

Ci sono parole, a volte, che ti muovono, come un profumo nella notte, lieve ed inequivocabile. 
A cavallo tra gioco ed equivoco, stanno, come ragazzine impertinenti.
E ci sono silenzi, talvolta, che parlano un linguaggio che sa di confidenza e conoscenza antichi.
Nel mezzo chiacchiere lievi ci rassicurano che il tutto è senza impegno, che non ci metteremo in gioco facilmente, che in qualsiasi momento basterà gridare "fido!" perché tutto torni lesto come prima.
"Entra nella mia vita con le mani alzate e nessuno si farà del male", potresti dirmi con una parlata da cowboy in un vecchio western con John Wayne. 
Sarebbe bello, ma non ti viene in mente e non ne ridiamo insieme. Peccato. 
D'altronde non viene in mente neanche a me.
Vorrei rassicurarti e, invece, mi sento di farti una promessa.
Qualsiasi cosa accada, sarà con le ginocchia sbucciate, o non sarà.
Non so se ci riesce. 
Non c'è altro modo.
Scalzi.
A perdifiato.
Sorridendo.

giovedì 8 agosto 2013

Il dono infinito


Un pittore ci aveva promesso un quadro.
Ora, in New England, ho saputo che è morto. 
Ho sentito, al pari di altre volte, la tristezza di comprendere che siamo come un sogno. 
Ho pensato all’uomo e al quadro perduti.
(Soltanto gli dèi possono promettere, perché sono immortali.)

Ho pensato a un luogo prefissato che la tela non occuperà.
Poi ho pensato: se stesse lì, sarebbe con il tempo una cosa di più, una cosa, una delle vanità o
abitudini della casa; ora è illimitata, incessante, capace di qualsiasi forma e qualsiasi colore e non costretta in alcuno.
Esiste, in qualche modo. 
Vivrà e crescerà come una musica e starà con me fino alla fine. 
Grazie, Jorge Larco.
(Anche gli uomini possono promettere, perché nella promessa è qualcosa di immortale.)

Jorge Luis Borges

The Unending Gift (da Elogio dell'ombra, Buenos Aires, 1969)

martedì 30 luglio 2013

Perché sì




Da un po' non mi affaccio, la primavera quest'anno si è persa, in compenso è arrivata una estate robusta con cui valgono pochi discorsi. Così nel caldo dipano i pensieri, di nuovo, qui.

Qualcuno una volta ha detto che ogni traduzione è un tradimento, una riscrittura, perché cambiando lingua e parole il senso non può che essere diverso dall'originale. Ma al momento che viene espresso, anche un pensiero viene tradotto da una immagine, un sentire, e quindi invariabilmente tradito. 

Alcuni pensieri hanno una valenza pratica: trovare un sentiero in mezzo al bosco, non raccogliere i funghi rossi a pallini bianchi, fare attenzione ai grossi rettili carnivori, roba così. Se l'immagine del mio rettile mentale non è esattamente quella che vien fuori quando urlo "Tirannosauro, laggiù!!", chi se ne importa, è una perdita accettabile se l'alternativa è essere mangiati.

Ecco perché tanta parte della letteratura è, soprattutto, manualistica, anche quando non sembra. Occorre fornire mappe del mondo, per aumentare le possibilità di sopravvivenza.

Però.

Però ci son pensieri che nelle parole, non ci stanno.
E anzi, non sono nemmeno pensieri, sono moti. Sono quella cosa che precede il pensiero, che ci fa muovere un passo o sorridere o sgranare gli occhi prima ancora che la mente possa pensare un semplice "lo voglio!".

I bambini sono bravissimi in questo, più piccoli sono meglio è, li vedi puntare come girasoli l'oggetto del desiderio, mollare in un secondo ciò che tenevano in mano e dirigersi lì, dritti, senza dubbi o tentennamenti.
Poi arriviamo noi, con la famiglia e la scuola, a chiedergli conto di quel desiderio. 

Perché proprio questo (che magari è caro o scomodo o difficile da trovare o semplicemente non piace al babbo o alla mamma) e non quello (che invece costa meno o ce l'hanno sotto casa o piace tanto a mammà)? 
Perché un cane e non un pesce?
Perché una ciclista e non una principessa?
Perché un indraulico e non un calciatore?
Perché? Non vedi che in fondo è uguale, anzi, che dico uguale, meglio, incommensurabilmente meglio? 
Perché?

Maledetti criminali, e che deve rispondere il bambino? 
Che non lo sa! 
E ci credo che non lo sa! Certe cose mica si esprimono a parole, scemi! 

Uno, quel desiderio, lo soddisfa oppure no, compra il coso piumoso o spiega che, davvero, un cervo pomellato in salotto non si può, ma non si dovrebbe mai chiedere a qualcuno di spiegare un desiderio, perché le parole non bastano e, siccome siamo abituati a misurare il mondo con le parole, si corre il rischio di pensare che ciò che le parole non possono esprimere, non abbia alcun valore. 

A quel punto, uno che non sa rispondere alla domanda "perché questo e non quello?" si può sentire stupido, così magari la prossima volta che avrà un desiderio sano, vero, penserà che sia una cosa da stupidi, da bambini appunto, e smetterà di ascoltarsi, condannandosi da solo all'infelicità. E se papino o mammina son criminali, e ce ne sono tanti che nemmeno sanno di esserlo, levato di mezzo quel desiderio lo rimpiazzeranno coi loro desideri, con le loro ambizioni.

Mi torna in mente una frase di Guareschi da dentro le mura  del lager di San Sabba, che era una risiera e ci piace chiamarla così ma lager e stermini non sono esclusiva di un popolo, e la frase intera io non sono bravo a ricordarmela tutta a memoria ma diceva più o meno che se un domani si fosse trovato a dover spiegare al figlio perché avesse scelto la coerenza a costo del carcere e forse della vita quando sarebbe bastato un gesto simbolico per essere lasciato libero, avrebbe potuto solo dire "perché sì", che ci son cose che si fanno solo "perché sì", e qualsiasi altra domanda è inutile.

E dipanando pensieri e memoria mi accorgo che tutte le cose che mi hanno fatto stare bene, tutte, son cominciate così, con un "perché sì" quando tutto, intorno, mi spiegava con grafici e carte che si trattava della scelta meno sensata.

Ma fregandomene del senso, della praticità, del tornaconto, ho trovato felicità, e costruito rapporti, e identità.

Penso ad una amica bellissima, che non si chiama Arianna, e al suo nastro sempre più forte e prezioso.

Penso ad un amico bellissimo, e a chi ha avuto la fortuna di avere in casa un genitore che non ha mai rinunciato ai suoi sogni, alla sua identità, senza mai chiedere quanto fosse caro il biglietto da pagare per vivere la vita che si è scelto, senza forse nemmeno accorgersi che ci fosse un biglietto. E tutto torna, anche la meraviglia di una cura inaspettata.

Così mi chiedo, se il nostro desiderio era avere una casa sull'albero e ci siamo imbarcati in un mutuo trentennale per sessanta metri quadri di cemento in periferia, è tanto strano, essere infelici?

I boschi però sono pieni di alberi, è un fatto.

Allora, forse, basta solo uccidere papino, mammina e tutti gli déi da cui attendiamo un permesso, e darcelo finalmente da soli.

Non è mai troppo tardi per costruirsi un infanzia felice.

domenica 24 febbraio 2013

Pulsazioni

Ogni tanto passo, scosto le tende e guardo, senza sentire, finora, il desiderio di aggiungere nulla ad un percorso compiuto, perfettamente definito nei suoi passaggi, fino all'ultimo.  Sono passati mesi e pure ho vissuto, il sangue ha scorso e scorre ancora nelle vene, anche se non arrossa le guance, l'aria si scalda nei polmoni ed esce umida nel paesaggio gelato anche quando non formula parole né risa. Eppure è come se tutto avvenisse molto, molto lontano da me. Da qualche parte, in questi mesi, mi sono perso il desiderio. Ho chiuso se non gli occhi le braccia, mi sono irrigidito, lasciando fuori tutto e tutti, anestetizzato da qualcosa che non ho saputo riconoscere e che ancora mi sfugge.
"Si va incontro all'altro senza portarsi dietro aspettative, senza proiettare nulla ma anche senza limiti,  in ascolto, modificando il proprio movimento in base al movimento dell'altro. Senza incontro, senza trasformazione, non c'è ricerca". Questo, mi dice una voce nuova, ed io annuisco e mi faccio violenza, maledicendo i miei limiti. 
L'inverno addormenta la natura, sotto la neve, tutto sembra morto. Tuttavia, rinnegata, temuta,  derisa, desiderata, osteggiata, insperata, tornerà la primavera. Me lo dicono i sogni.

lunedì 10 settembre 2012

Giù dalla torre

In questi giorni penso spesso all'amore, una parola sola usata per dire molte cose diverse che a volte amore non sono, una parola ambigua che a volte nasconde lame, veleni, insidie ed altre volte obbliga ad una forma sola sentimenti che si trasformano e che, quindi, nella forma data non stanno. Ci vorrebbero per l'amore dieci, venti nomi diversi, come i nomi che Smilla conosce per la neve. Si ama l'altro da sé per una parola, un gesto, una immagine che suona e ci innamora, ci fa desiderare di conoscere e restringe il tempo, le ore che diventano secondi, i giorni ore. Non ci si basta. Una amica mi ha detto una volta che l'amore non si spiega, si fa. C'è mentre si fa, non c'è più dopo. Una bella cosa da dire per zittire il cretino che parla invece di concludere, ma non molto meglio del baciami scemo. Scopare è l'ovvio, è vero. Il desiderio prende una forma e si concretizza in questo, si cerca l'altro nelle parole, negli sguardi, nella voce, nella pelle ed il sesso è l'ovvia conseguenza. Ma è amore anche il desiderio dell'altro quando il sesso non c'è, l'amicizia esiste ed ha confini. Tutti significa in realtà nessuno e se il desiderio è per tutti allora si è, semplicemente, indifferenti, salvo poi chiamare l'indifferenza la follia di un momento. C'è chi tiene gli occhi aperti e non si lascia in pace un secondo e  chi invece si salva sempre in qualche modo, storpiando i nomi, inventando le parole, escogitando scuse plausibili alla propria meschineria, alla viltà, all'onnipotenza, ad una indifferenza rapace. Tutti bravi, buoni, giusti, tutti pieni di buoni motivi ed armati delle migliori intenzioni. 

Giù dalla torre butterei, di persona e uno ad uno, tutti quelli che si salvano l'anima. Perché l'anima non esiste, esistono le persone, per chi le sa vedere.

mercoledì 8 agosto 2012

Battiato non ci ha capito nulla.

Ci si trova, come ma non per caso, seguendo una parola, un movimento, una forma appena intravista. 
Ci si incontra per desiderio, intuendo qualcosa che l'altro ha. 
Ci si combina, stelline sbreffi e palpi ad urlapicchio, con in mente una sola regola: farsi bene, donarsi il meglio. 
Si impara dall'altro, ogni volta, l'amore. 
Si aprono gli occhi imparando a riconoscere lo sfregio della negazione, la stilettata a tradimento dell'annullamento. 
Da quell'istante non capita più di ritrovarsi sanguinanti senza riuscire a capirne il motivo ed i mostri si riconoscono anche quando si presentano in nappine e paillettes.
Poi arriva il giorno in cui occorre dire che il desiderio è andato altrove, perché così è il viaggio, e ci si osserva l'un l'altra sorridenti, tutto il resto intatto.
Si apre lo scrigno un pomeriggio a rimirare i tesori nuovi, frutti buoni presi senza sottrarli all'altro, moltiplicati invece. 
E finalmente si comprende che Battiato non ci ha capito nulla: la promessa da fare a chi si ama è solo questa: 
Io avrò cura di me.

domenica 29 luglio 2012

Parentesi

Sono mesi che non entro, mesi senza parole da dire, senza pensieri che non fossero logistica e accudimento, è il momento di prendere atto. Accudire significa strangolare, uccidere, bloccare. Saperlo e saper fare un nuovo sono cose diverse, pensare che l'immobilità sia un nido, non essere capaci di una separazione, non sapere chi essere da soli, è malattia, smettere di muoversi perché non si sa più come farlo, anche. Basta un secondo e la cosa diventa evidente, tragica nella sua semplicità. Bene e male, saperli riconoscere, fare la cosa giusta. Il Devo, sempre quello. Forse manca una nascita, forse c'è ma non sono capace di trovarla. Faccio casino, mi perdo. 

Vado a cercarmi, non fate caso se non mi rivedete da queste parti.

giovedì 5 aprile 2012

Quando

Quando il bambino era bambino, 
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume, 
il fiume un torrente; 
e questa pozza, il mare.

Quando il bambino era bambino, 
non sapeva d'essere un bambino.
Per lui tutto aveva un'anima, e tutte le anime erano tutt'uno.

Quando il bambino era bambino, 
su niente aveva un'opinione.
Non aveva abitudini. 
Sedeva spesso a gambe incrociate, 
e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli, 
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino, 
era l'epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu? 
Perché sono qui, e perché non sono lí? 
Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? 
La vita sotto il sole, é forse solo un sogno? 
Non é solo l'apparenza di un mondo davanti a un mondo,
quello che vedo, sento e odoro? 
C'é veramente il male e gente veramente cattiva?
Come puó essere che io, che sono io, non c'ero prima di diventare?
E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?

Quando il bambino era bambino, 
per nutrirsi gli bastavano pane e mela, 
ed é ancora cosí.

Quando il bambino era bambino, 
le bacche gli cadevano in mano, 
come solo le bacche sanno cadere. ed é ancora cosí.
Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed é ancora cosí.
A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora piú alta, 
e in ogni cittá, sentiva nostalgia di una cittá ancora piú grande.
E questo, é ancora cosí.
Sulla cima di un albero, 
prendeva le ciliegie tutto euforico, com'é ancora oggi.
Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne.
Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l'albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare.


Peter Handke

mercoledì 4 aprile 2012

Definire


In un post di molto tempo fa avevo cominciato a raccontare una storia, ed essendo una storia, dicevo, non poteva che parlare di un uomo e una donna. Li avevamo lasciati di fronte ad un ignoto, l'uomo timoroso e diffidente, la donna decisa a capirne di più, e chi pensa che dovrebbe essere il contrario non conosce le donne e nemmeno le storie. Da allora molte cose sono successe di cui non diremo, a quei due. Hanno imparato tanto del mondo intorno a loro e ancora di più del mondo dentro di loro. Sono cambiati rimanendo gli stessi, si sono mescolati gioiosamente, come gioiosamente si mescolano acqua ed olio. Camminando nel vento teso, di notte, a volte hanno perso l'uno i passi dell'altro e si sono trovati a parlare da soli, accorgendosi dopo qualche minuto che l'altro non sentiva perché troppo indietro o troppo avanti e ne hanno riso, nervosamente. Altre volte i passi dell'uno sono affondati nella sabbia, ed è stato facile allora sorreggersi alla spalla dell'altro. È anche successo che la strada fosse spaventosa e uno abbia trovato più semplice dedicarsi a dare buoni consigli tendendo la mano, pur di non affrontare da solo il sentiero a strapiombo. 


«Cos'è questa cosa», si sono chiesti infine?


«Se continuiamo così, io non saprò più se so ancora camminare da solo».


«Ho cercato di esserti utile perché avevo paura di perderti».


«Se camminare insieme diviene indispensabile, come può essere anche desiderabile?».


«Utile è la buca su cui ci accovacciamo ogni mattina. Sii per me inutile, invece. Come una poesia!».


«Era molto più bello quando camminavamo senza nemmeno renderci conto».


«Le persone che sono insieme dicono che sono legate. Come possono camminare?».


«Finché nessuno dei due si preoccupava dei passi dell'altro eravamo sempre appaiati, lo so perché quando c'era da scegliere un nome, tu eri sempre accanto a me».


«Noi non siamo legati, nessun vincolo ci unisce. Ad ogni passo scegliamo di camminare insieme».


Hanno appena cominciato questo discorso che un sorriso si affaccia da dietro gli occhi stanchi. Immediatamente fanno un passo indietro e si guardano, come due bambini. La ricchezza di un rapporto si concretizza nel momento della separazione, è vero. Li lasciamo quindi così, stavolta, sorridenti, occhi negli occhi, la punta delle dita appena trattenute dalle mani allargate. Noi dobbiamo andare, adesso, non sappiamo ancora cosa avverrà, ma lo scopriremo. Perché alcune storie finiscono, altre, invece, definiscono.

sabato 24 marzo 2012

Diffidare dei diffidanti


Cercherò di riassumere ma non so se alla fine accorcerò la cosa o se invece finirò per allungarla. Allora, c'è un editore in Italia, che sia poco conosciuto non è il punto, che pubblichi esclusivamente ebooks meno che mai, che pare dedito a singolari prassi lavorative. Pare infatti, a quanto leggo in rete, che tale "editore", le virgolette cominciano ad essere necessarie, chieda ai traduttori che vogliono lavorare per lui un obolo di 160 euro. A quanto capisco a titolo di rimborso per i costi di verifica delle capacità del traduttore, cioè come andare da un avvocato e chiedergli 160 euro per discutere con lui il vostro caso e quindi valutare la sua preparazione prima di affidarglielo. Voi provateci eh, mi raccomando. Poi mi dite. Dopodiché, comunque, i "fortunati" che sono stati scelti per il compito possono aspirare ad avere con tale editore rapporti di lavoro così regolati: l'editore, se vuole, affida la traduzione ad uno dei candidati, il traduttore la esegue, l'editore decide se, come e quando pubblicare e nell'ipotesi che il libro venda il traduttore viene compensato in royalties sul venduto. Ora, non sono un traduttore (anche se mi improvviserò tale in questa occasione) e quindi non posso affermare con assoluta certezza che questa pratica sia fuori dal mondo, ma ritengo che sia una regola di buon senso stabilire che chi ti chiede dei soldi per lavorare non è una persona seria. Ho fatto il fotografo per qualche anno e allora come adesso era noto che le agenzie serie non hanno mai chiesto soldi alle aspiranti modelle, gli editori seri non chiedono soldi per pubblicare libri e le aziende che sono interessate ad assumere non chiedono soldi per la formazione, casomai avviene il contrario, com'è giusto che sia. Mica mi scandalizzo eh, per me se uno casca in simili trappole è bene che resti fregato, così impara, con le sedicenti case editrici così come col sale di Vanna Marchi o col sangue di San Gennaro, che per me è tutta la stessa pappa. E difatti la cosa sarebbe potuta finire lì. Capita anche, però, che un sito americano venga a conoscenza della cosa e, capirete, lì mica sono abituati a queste cose, sono anglosassoni e hanno un'etica del lavoro completamente diversa, quindi succede che questo sito metta online un articolo dove stigmatizza questo comportamento. E probabilmente anche stavolta sarebbe finita lì se una traduttrice italiana, Isabella Zani, non avesse tradotto, appunto, l'articolo nella lingua del paese ove il sì suona. Panico. La casa editrice in questione, tale Faligi Editore di Aosta, chiama i suoi avvocati e fa recapitare alla Sig.ra Zani una lettera di diffida in cui minaccia di adire le vie legali in sede civile e penale se non provvede a rimuovere il contenuto del post. Diffida che viene inizialmente raccolta ma che, dopo qualche giorno di riflessione, la sig.ra Zani decide di disattendere, motivando così la sua decisione. Fin qui quanto è successo. Ora, a me non interessa nulla della casa editrice Faligi, che fino a ieri ignoravo e che ritengo dovrebbe ai signori del sito nopeanuts quantomeno dei ringraziamenti per la pubblicità gratuita che sta ricevendo, ma ritengo inaccettabile il tentativo di equiparare la responsabilità dell'autore con quella del traduttore. Ovvero, se Pinco Pallino scrive che Paolino Paperino è un grasso bipede pennuto su un sito, ed io traduco quel post, nella ipotesi che il Signor Paolino Paperino trovi diffamante tale affermazione questi dovrà adire le vie legali nei confronti dell'autore e non nei confronti miei, che l'ho tradotto (salvo dimostrare poi di non essere effettivamente un grasso bipede pennuto, e qui la vedo dura). Dire che il traduttore è correo, ovvero complice, significa trasferire al traduttore l'onere di verifica della correttezza di quanto scritto, cosa che non può ovviamente essere richiesta a chi non ha i mezzi, la competenza né la responsabilità di farlo. Per dire, sarebbe come trasferire al giornalista o al direttore responsabile di un giornale la correttezza delle affermazioni riportate testualmente. Per fare un'altro esempio, se io scrivo un pezzo in cui cito Pinco Pallino che afferma "Paolino Paperino è un grasso bipede pennuto", non sono responsabile di tale affermazione, in quanto non fatta da me ma, appunto, da altri. Ora, siccome queste cose sono ovvie a tutti, tantopiù a chi di mestiere fa l'avvocato, mi pare evidente che il contenuto della lettera ricevuta dalla sig.ra Zani è in sostanza intimidatorio. Ovvero si minacciano improbabili azioni penali per ottenere la rimozione di un contenuto sgradito, senza peraltro smentire in alcun modo la veridicità di quanto affermato nell'articolo stesso. Ora, siccome amo molto gli avvocati e immagino che i legali della Faligi Editore si facciano pagare un tot per ogni lettera di diffida che scrivono, penso sarebbe molto bello e interessante se tutti ribloggassimo e ritraducessimo il contenuto dell'articolo originale, contribuendo a diffonderlo quanto più possibile. 

E quindi, ecco la mia personale traduzione dell'articolo originale:

"Avviso a tutti gli aspiranti traduttori. Non perdete la vostra chance di entrare a far parte dello staff di un vero editore!
Ecco come funziona. Ci pagate 160 euro per partecipare ad un incontro sulla "Traduzione Letteraria" dove vi spieghiamo tutto della industria editoriale e del ruolo che avete al suo interno.
Dopodiché vi diamo un testo da tradurre a casa. Se passate la selezione, magari vi assegneremo un libro. Dopodiché, vi pagheremo in Royaltes.
Sembra fantastico, eh?
No, non lo sembra. Sembra come una truffa - Il che è esattamente quello che è. Proviamo a… mmm… tradurre:
Ci date 160 €. Poi traducete un libro gratis. Se vende, potreste vedere qualche euro. Se non lo promuoviamo, o se decidiamo di non pubblicarlo, o se semplicemente si tratta di un brutto libro… Oh, bé. Voi ci avete rimesso 160 euro, e noi… nulla. (Tutti i libri della Faligi sono e-books. Questo garantisce non solo che i costi di produzione sono minimi, ma che le vendite - di libri di autori perlopiù sconosciuti e traduttori totalmente sconosciuti - saranno allo stesso modo minime).
Nella operazione di "reclutamento" che Faligi sta attualmente intraprendendo attraverso una campagna di mass mailing, l'anonima redazione di Faligi è alla ricerca di:
- madrelingua italiani che hanno studiato lingue straniere o traduzione; madrelingua (o persone che hanno vissuto all'estero) che abbiano in mente un manoscritto che vorrebbero tradurre e giovani con nessuna esperienza, compresi studenti univeristari.
- madrelingua stranieri che possano tradurre dall'Italiano. In questo caso, Faligi non richiede alcun titolo di studio a condizione che si abbia una "buona esperienza" con la lingua Italiana, acquisita in Italia.
In altre parole: se vuoi essere un traduttore, tutto quello che serve è la "passione", la disponibilità ad essere sfruttati e… 160 euro.
E quindi, come mai ci sono aspiranti traduttori che ci cascano? E perché Faligi ha 1664 "amici" sulla sua pagina facebook?
Per due ragioni. Primo, la disperazione tra i giovani aspiranti traduttori Italiani che non hanno alcuna idea di professionalità e che sarebbero disposti a fare qualsiasi cosa per avere qualcosa da mettere sui loro curricula. E secondo, perché non c'è limite ai danni che gli esseri umani sono diposti ad infliggere a se stessi.
Ma Faligi Editore fa solo il suo mestiere, giusto? E allora perché tutta questa confusione?
Per questo. Immaginiamo che Faligi editore sia venuto a bussare alla vostra porta, che vi abia offerto un biglietto magico che costa solo 160 euro, che questi 160 euro vi permettano di lavorare gratis per diverse ore come prova, che se passate questa prova potrete spendere alcuni mesi della vostra vita facendo altro lavoro gratuito e che a quel punto il biglietto magico venga infilato in un sacchetto ed estratto a sorte tra migliaia di altri. Forse un giorno sarà estratto, e potreste vincere qualcosa, ma ovviamente non c'è alcuna garanzia.
Se fosse successo questo, avreste chiamato la polizia e fatto arrestare i truffatori per frode [e qui si vede che l'autore non è italiano, ndt].
In questo caso, invece, potete aggiungere un "mi piace" su facebook.
E questo è tutto sulle differenze tra la vita vera ed il magico mondo dei traduttori."

Ripeto, questa è la mia traduzione, ovvero ho compiuto esattamente quanto fatto a suo tempo da Isabella Zani: attendo quindi fiducioso una lettera di diffida, unendomi in questo a chi, come L'Accademia dei Pignuoli, aspira a far ingrassare lo studio legale della Faligi Editore ha deciso di provare a far partire il tam tam. Diffidateci tutti! Chi vuole aderire può ritradurre l'articolo originale (o semplicemente cambiare qualche parola e copiaincollare il testo qua sopra).

sabato 17 marzo 2012

Sono ciò che...


Cartesio era partito con un "Penso, quindi sono". La domanda successiva ovviamente è "sì, ma cos'è, che sono?". Feuerbach ha provato a dire "sono ciò che mangio" ma sul menù si è scatenata una rissa e la cosa è finita lì. Il problema dell'identità è fondamentale, qualcuno non ce la fa, a farsene una e così se la fa prestare dalla famiglia, dalla società, dalla nazione cui appartiene. Dirà allora "io sono una Mamma!" oppure "io sono un avvocato!" o anche "io sono un Americano!" ma questo non significa affatto avere una identità. Significa aver delegato ad altro, fuori di sé, ciò che si è. Il che è un problema perché se poi all'improvviso l'avvocato perde il lavoro e la posizione sociale, se i figli crescono, salutano tutti e vanno giustamente a viversi la loro vita, a quella persona cosa resta? Sarà per questo che quando qualcuno mi dice "sono un Geometra" o "Sono un Idraulico" a me viene da ridere perché trovo buffo che si confonda ciò che si fa con ciò che si è. La vita è fatta di trasformazioni, riflettevo in questi giorni, mentre la morte è assenza di movimento. Tra questi due opposti la vita umana. E mi veniva da pensare che si comincia ad invecchiare nel momento in cui si smette di cercare il cambiamento, la novità, l'esperienza. Conosco persone della mia età ormai incastonate nelle concrezioni delle loro certezze, persone che hanno deciso una volta per tutte cosa è giusto e cosa sbagliato, cosa fa bene e cosa fa male, cosa ascoltare, cosa mangiare e via discorrendo. Poi penso a mia zia che a settantasei anni mi chiede in regalo per il suo compleanno un computer, che vuole imparare a scrivere col Word Processor che lei ha sempre usato la lettera22 e questa rivoluzione mica vuole perdersela. E penso che lei era una ragazzina, al confronto. Meglio farsela robusta, una identità, ma essenziale, senza fronzoli, che se uno perde il lavoro o la posizione sociale o qualsiasi altra cosa, per doloroso che possa essere, mica perde se stesso. Quindi leggo il post di Gipi su quello che è capitato a Michele Serra, e la mia riflessione è stata che forse si è avverato quello che teorizzava Pasolini: il consumo ha sostituito la religione. Prima molti cercavano una identità nel credo, e dicevano "sono un Cristiano" oppure "sono un Musulmano" o anche "sono uno Shintoista, cazzo!" ma oggi al di là delle esternazioni di facciata, in occidente, sono pochi a identificarsi nella religione. E non perché siano andati perduti dei fantomatici valori che nessuno ha mai capito quali fossero (che poi, tutti i politici che si lamentano che si son persi i valori, secondo me è perché si volevano arraffare pure quelli), ma perché oggi non si crede se non per osmosi, assorbendo passivamente una cultura ed un pensiero che pur intriso del veleno cristiano ormai se ne emancipa al punto che oggi, in italia, esiste una larghissima maggioranza di protestanti del tutto inconsapevoli del fatto che il loro stile di vita e la loro idea di religione non abbiano più nulla a che vedere col cattolicesimo, senza neppure che questo rappresenti una svolta perché avviene senza alcuna coscienza di sé ("sono cattolico non praticante" "sono cattolico ma non credo nella chiesa" "sono cattolico ma non credo nell'infallibilità del Papa" significano solo che NON sei cattolico, al limite sei protestante, chiaro?). Sarebbe molto bello poter dire che oggi non si crede più perché si mette l'identità umana al centro di se stessi e dei rapporti con gli altri, ma non è così. Oggi non si crede perché oggi si consuma. L'identità che prima affidavo ad una chiesa, oggi me la scelgo su internet, me la pago coi debiti mastercard, la affido ad una marca ad un modello ad un jingle, oggi uno domani un altro. Quindi succede che qualcuno si senta offeso da chi critica Twitter, perché Twitter è la sua scelta di consumatore e quindi lo rappresenta, diventa parte della sua identità. Il rischio di definirsi in base ai consumi è terribile e la possibilità che questo stia già avvenendo, altissima. "Io sono un tipo Nike/Hilfiger/McDonalds/Dell/Buell e tu? Io sono più una ragazza Blahnik/Zara/Sushi/Dahon. Allora nulla da fare". Da consumatori a prodotti il passo è brevissimo. E definitivo. Meno male che c'è ancora la speranza. Pochi giorni fa guardavo un documentario, "Devil's playground", sulla vita di alcuni giovani Amish nel momento in cui, a sedici anni, vengono allontanati da casa e dalla comunità in cui hanno vissuto tutta la loro vita, per vivere un periodo da persone "normali" e poi scegliere se rientrare e battezzarsi oppure no. Se scelgono di non rientrare, sono di fatto come morti. Il 90 percento di loro rientra e vive la vita che altri hanno scelto per loro. Ma c'è una ragazza, in quel video, che molla tutti e nonostante perda la casa, i fratelli e i genitori, nonostante questo le faccia male, ha le palle di farsi la sua vita, la sua identità, le sue scelte, inseguire il suo sogno di andare finalmente al college, vivere come ritiene di fare, liberamente. Ed è una cosa bellissima. È una cosa giusta. Scaricatelo, se vi capita, tanto in televisione non lo vedrete mai.